#Pensieri #Scrittura A mie figlie

Insegnerò a mia figlia ad essere se stessa.

A ricordarle di sorridere anche quando non è facile. Le insegnerò che l’amore non è come lo raccontano le favole, ma la spronerò a conoscerlo. A viverlo. Le dirò che il tempo non cancella niente, ma che aiuta a stare meglio. A ritrovarsi. Le insegnerò ad amare se stessa e poi gli altri. A non accontentarsi di chiunque. Le insegnerò ad asciugarsi le lacrime dopo ogni pianto. Le insegnerò che non sono sempre gli altri a deludere, a volte sarà anche lei a farlo. Le insegnerò a vivere di pancia e secondo le sue emozioni. Le insegnerò che spesso, il bene non riceve altrettanto bene. Ma non le dirò di smettere di donarlo. Le insegnerò a camminare a piedi nudi sull’erba bagnata, a sentirsi libera ma padrona del suo cammino.
Le insegnerò ad entrare in punta di piedi nelle vite altrui. Le insegnerò ad andare avanti anche con il mondo contro. Le insegnerò che non sempre è tutto come sembra, ma che ogni cosa va vissuta prima di giudicarla, affinché possa riconoscere il bene ed il male.
Ci sono cose che mi auguro viva, ed altre che si limiti a conoscerle. Le insegnerò a credere che, se qualcosa la vuole davvero, questa è facile che si avveri. Le insegnerò a non arrendersi, a prendersi in braccio e portarsi in salvo perché, ahimè, spesso sarà da sola a doverlo fare. Le insegnerò in fine, che le cicatrici hanno una storia e che ad ogni modo saranno una vittoria.

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Una piccola #storia… A me cara

Due Ciliegi innamorati, nati distanti, si guardavano senza potersi toccare.

Li vide una Nuvola, che mossa a compassione, pianse dal dolore ed agitò le loro foglie… ma non fu sufficiente,

i Ciliegi non si toccarono.

Li vide una Tempesta, che mossa a compassione, urlò dal dolore ed agitò i loro rami… ma non fu sufficiente,

i Ciliegi non si toccarono.

Li vide una Montagna, che mossa a compassione, tremò dal dolore ed agitò i loro tronchi… ma non fu sufficiente,

i Ciliegi non si toccarono.

Nuvola, Tempesta e Montagna ignoravano, che sotto la terra, le radici dei Ciliegi erano intrecciate in un abbraccio senza tempo

“La storia dei due ciliegi innamorati”: il racconto zen di Anonimo Giapponese

#Storie vere: Lezione di vita

IL VESTITO QUELLO BUONO

“Papà, vado a casa a farmi una doccia, mi cambio e passo a prenderti ok?”
“Si Laura, vai tranquilla, io ti aspetto.”
“Sarò qui tra meno di un’oretta, faccio più veloce che posso”
“Fai con calma, il funerale inizia alle 11”
“Ok, mi raccomando mettiti il vestito quello buono.
“Va bene. A dopo Laura”

Don Claudio stava controllando che sull’altare ci fosse tutto il necessario per celebrare la messa, verificato che vi fossero le ostie stava chiudendo la porticina del presbiterio quando si accorse che seduto in seconda fila c’era un anziano che sorridente lo guardava.
“Ciao Mario, sono veramente dispiaciuto per la tua perdita, so quanto fossi legato a tua moglie e posso solo immaginare il dolore che si prova a perdere chi di più caro si ha al mondo, ti sono veramente vicino.”
“Grazie Claudio…da quanti anni ci conosciamo? 20? 25?”
“Dal ’96, quando il vescovo mi ha proposto di diventare il parroco di questo paesino, tu sei stato uno dei primi a darmi fiducia e ricordo come fosse ieri ,quando la Greta si è presentata in canonica con una torta in mano e tu appresso con una bottiglia di vino rosso.”
” Mi ricordo che entrò in casa dicendomi che era arrivato un nuovo parroco e si mise subito a cucinare, io la guardai perplesso chiedendole che stava facendo, lei come nulla fosse mi disse che avrebbe preparato una torta e poi saremo venuti a presentarci, quindi di prepararmi e che non voleva sentire storie. Nonostante mi facesse un non so che, io le ricordai che non era credente, lei mi sorrise dicendomi con tutta la semplicità del mondo che non era credente, ma era ben educata, un’ora dopo eravamo davanti alla canonica.”
“Era una gran donna Mario.”
“Già…ti dispiace se resto seduto qui per un po’? C’è un bel silenzio.”
“Mario questa è anche casa tua, resta quanto vuoi, io vado a prepararmi per la funzione.”

Don Claudio con passo celere raggiunse la canonica, una volta entrato e chiusa la porta alle sue spalle tirò fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni e chiamò uno dei numeri in rubrica.
“Laura? Ciao sono Don Claudio, volevo solo avvisarti che tuo papà è già in chiesa….no figurati, di cosa ti devi scusare…ci ho parlato un po’ insieme, l’ho trovato relativamente sereno, ti chiamavo solo per dirti che mi ha chiesto di poter restare seduto un po’ in chiesa che voleva godere del silenzio, visto che non guida, pensavo che saresti passata per casa a prenderlo, ma avendo deciso di farsi una camminata credo sia opportuno che tu venga direttamente qua.
Laura, nemmeno dirlo, Mario per me è un grande amico. Ti aspetto in chiesa.
Ah Laura scusa, volevo dirti un’altra cosa…è in pigiama.

Le campane iniziarono a suonare a lutto, la gente aveva ormai preso posto in chiesa, un leggero vociferare venne interrotto dall’organo e la messa iniziò.
L’agenzia di pompe funebri aveva portato la bara d’innanzi all’altare.
Laura aveva lo sguardo perso nel vuoto e teneva la mano a suo padre seduto al suo fianco.
Un chierichetto con le scarpe da ginnastica si scambiava sguardi d’intesa con una ragazzina della terza fila.
Qualcuno dal fondo si soffiava il naso.
Don Claudio predicava su come le porte della casa del Signore fossero aperte anche ai non credenti.
Dalla seconda fila una mano si allungava stringendo la spalla di Mario per dargli conforto.
Una suora si preparava sull’ambone per leggere qualche passo del Vangelo.

Tutti i rumori smisero quando Mario si alzò improvvisamente in piedi, si avvicinò alla bara che conteneva il corpo della sua Greta e si chinò per baciarla.
Poi come nulla fosse, con un sorriso, un pigiama sgualcito ed un paio di ciabatte s’incamminò verso l’uscita.

Greta si sarebbe sicuramente divertita nel vedere le facce stupite, gli sguardi di chi non sa cosa fare o come comportarsi, ha sempre adorato vedere le persone in imbarazzo, sosteneva che l’imbarazzo era una cosa per gli inetti, per coloro che ostacolano il reagire per propria natura al fine di reagire per la natura degli altri.
Nelle situazioni di imbarazzo diventava evidente chi uno era e chi uno sembrava.
Per non parlare dei commenti che si sarebbero sprecati al vedere un pover’uomo vedovo aggirarsi in chiesa ed in paese in pigiama.

Un paio d’ore dopo, finita la funzione, Laura arrivò a casa di suo padre accompagnata da Don Claudio.
Lo trovarono seduto con un bel tè fumante sul tavolo e la settimana enigmistica tra le mani, gli occhiali a penzoloni sul naso e ancora lo stesso sorriso stampato in viso.

“Ehi papà stai bene?”
“Certo che sto bene, qualcuno vuole un tè?”

Don Claudio con fare sicuro aprì l’antina di uno dei pensili della cucina, prese due bicchieri e li poggiò sul tavolo, poi dal cassettone sotto il lavabo tirò fuori una bottiglia di vino rosso e si sedette.
“Mario, lo sanno tutti che il tè ti fa schifo” disse versando prima uno e poi l’altro bicchiere.
Con un sorriso Mario, prese il bicchiere, lo alzò e fece il suo brindisi:
“A Greta, alla donna che mi ha accompagnato nel ultimi 62 anni della mia vita, alla donna con la quale ho condiviso tutto, gioie e dolori, alla donna che ha tanto saputo farmi ridere quanto incazzare, alla donna che fino all’ultimo ha deciso di essere e non di sembrare.”

“A Greta” disse Don Claudio sollevando il bicchiere.
“A mamma” disse Laura che nel frattempo si era versata un bicchiere d’acqua

Dopo qualche secondo Laura ruppe il silenzio

“Papà, mi spieghi perché sei venuto al funerale in pigiama?”

Il sorriso di Mario si allargò, prese le parole crociate, voltò qualche pagina e dal mezzo tirò fuori un biglietto che porse a sua figlia, sopra c’era scritto “Il vestito quello buono”.

“Quando ero in ospedale con tua mamma, poco prima di morire fu capace di scherzare sul suo funerale e alla fine mi disse, mi raccomando, metti il vestito quello buono. Oggi prima della cerimonia ho aperto l’armadio per cambiarmi, a fianco del vestito che dovevo indossare, su un attaccapanni c’era il mio vecchio pigiama e sopra c’era questo biglietto…il vestito quello buono.
Ecco li ho capito cosa la mamma mi voleva dire.
Il pigiama è il vestito quello buono.
Il pigiama che indossavamo quando ci svegliavamo la mattina nel letto e ci davamo il bacio del buongiorno, il pigiama che indossavamo mentre ci lavavamo i denti la sera prima di andare a dormire, il pigiama che indossavamo fino a tardi la domenica, il pigiama che tenevamo su mentre facevamo colazione guardando fuori dalla finestra della casa che insieme abbiamo costruito, il pigiama che toglievamo e poi rimettevamo quando facevamo l’amore, il pigiama che indossava quando sei nata tu in ospedale, il pigiama che indossavamo quando stavamo male e uno doveva prendersi cura dell’altro, il pigiama che tanto ho sognato di toglierle la prima notte di nozze, il pigiama che indossava il giorno in cui ci ha lasciato. il pigiama che indossavamo quando ce ne stavamo abbracciati sul divano a guardare la tv.
Il pigiama è il vestito quello buono, quello che ci ha accompagnato per tutta la vita.”

Mario prese la bottiglia e versò del vino nel suo bicchiere e anche in quello di Don Claudio, guardò Laura e le disse:

“Vuoi un po’ di vino per fare un altro brindisi a tua mamma?”

In quel momento Mario si accorse delle lacrime che solcavano il volto di sua figlia, si alzò per abbracciarla, ma prima di poterlo fare Laura prese la borsa e dal portafoglio tirò fuori un biglietto che porse a suo padre.

“Il vestito quello buono, spero possa darti le stesse gioie che ha dato a me.”

“Questo l’ho trovato nella tasca del mio pigiama a casa. Ora ho capito chi me l’ha messo ed ho capito cosa volesse dire”

Mario abbracciò Laura con tutto l’amore con cui un padre può stringere la figlia.

Poi prese la bottiglia per completare il brindisi anche con lei.

“Papà, devo dirti una cosa. Non posso bere. Ho tolto il vestito quello buono. Sono incinta.”

Cosa provi nell’essere vecchia?

L’altro giorno, una ragazza giovane mi ha chiesto:

  • Cosa provi nell’essere vecchia?-
    Mi ha sorpreso molto la domanda, dato che non mi sono mai ritenuta vecchia.
    Quando la ragazza ha visto la mia reazione, immediatamente si è dispiaciuta, ma le ho spiegato che era una domanda interessante.
    E poi ho riflettuto, ho pensato che invecchiare è un regalo.
    A volte mi sorprende la persona che vedo nel mio specchio.
    Ma non mi preoccupo di lei da molto tempo. Io non cambierei nulla di quello che ho per qualche ruga in meno ed un ventre piatto.
    Non mi rimprovero più perché non mi piace riassettare il letto, o perché non mangio alcune ” cose ” . Mi sento finalmente nel mio diritto di essere disordinata, stravagante e trascorrere le mie ore contemplando i fiori.
    Ho visto alcuni cari amici andarsene da questo mondo, prima di aver goduto della libertà che viene con l’invecchiare.
    A chi interessa se scelgo di leggere o giocare sul computer fino alle 4 del mattino e poi dormire fino a chi sa che ora?
    A chi interessa se ballo da sola ascoltando la musica anni 50?
    E se dopo voglio piangere per un amore perduto?
    E se cammino sulla spiaggia in costume da bagno, portando a spasso il mio corpo paffuto e mi tuffo fra le onde lasciandomi da esse cullare, nonostante gli sguardi di quelle che indossano ancora il bikini, saranno vecchie anche loro se avranno fortuna.
    È vero che attraverso gli anni il mio cuore ha sofferto per la perdita di una persona cara, ma è la sofferenza che ci dà forza e ci fa crescere.
    Un cuore che non si è rotto, è sterile e non saprà mai della felicità di essere imperfetto.
    Sono orgogliosa di aver vissuto abbastanza per far ingrigire i miei capelli e per conservare il sorriso della mia giovinezza, di quando ancora non c’erano solchi profondi sul mio viso.
    Orbene, per rispondere alla domanda con sincerità, posso dire:
    mi piace essere vecchia, perché la vecchiaia mi rende più saggia, più libera!
    So che non vivrò per sempre, ma mentre sono qui, voglio vivere secondo le mie leggi, quelle del mio cuore. Non voglio lamentarmi per ciò che non è stato, né preoccuparmi di quello che sarà.
    Nel tempo che rimane, semplicemente amerò la vita come ho fatto fino ad oggi, il resto lo lascio a Dio.
Auguri a tutte le Mamme del mondo

#Pensieri nella notte …

Stanotte ti ho sognato…

Ero seduta in una casa buia e mi chiedevo, dove sei? – perchè

ci hanno costretto a separarci?

Non conosco la risposta a queste domande, per quanto mi

sforzi di comprendere.

La ragione è semplice, ma la mia mente mi obbliga a scartarla,

e l’angoscia tormenta ogni ora della mia veglia.

Senza te mi sento perduta, una vagabonda senza anima, un

uccello solitario che vola senza meta.

Sono tutte queste cose e non sono nulla…

Cerco di ricordare come eravamo un tempo, non eravamo sulla

terraferma ma aquile in volo, eravamo parte del cielo,

dell’universo perchè sapevamo che era stato il cielo a farci

incontrare…

E quando volavo, capivo il significato della vera felicità.

Ti guardavo ammaliata e in cuor mio sapevo che sarebbe stato

così per sempre…

E’ sempre cosi, mi chiedo, quando due persone si amano?

Non lo so, ma se la mia vita da quando mi sei stato portato via

può servire da indizio, credo di conoscere la risposta.

D’ora in poi so’ che sarò sola…

Ti sogno, ti evoco quando ho più bisogno di te.

E’ tutto ciò che posso fare, ma non mi basta.

Non sarà mai abbastanza, lo so, ma che altro mi resta?

Se fossi qui me lo diresti tu, ma anche questo mi è stato

sottratto.

Tu avevi sempre le parole adatte per alleviare il mio dolore.

Sapevi sempre come farmi sentire bene

E’ possibile che tu sappia come mi sento senza di te?

In sogno mi fa piacere pensare di si.

Prima di incontrarci vagavo per la vita senza una direzione,

senza una ragione.

So che, per qualche motivo, ogni passo che ho fatto da quando

ho imparato a camminare era un passo verso di te.

Eravamo destinati ad incontrarci.

Ma ora sola in questa casa, sono giunta alla convinzione che il

destino può ferire una persona con la stessa forza con cui può

benedirla, e mi ritrovo a domandarmi perchè, fra tutte le

persone al mondo che avrei potuto amare, dovevo innamorarmi

di un uomo che mi sarebbe stato portato via.

Mi sveglio…

Una lacrima solca il mio viso stanco…

Era un sogno… ma è anche la mia realtà…

Chiudo gli occhi e ascolto una bellissima canzone nel silenzio

più totale, vorrei che arrivasse fino a te…

A Te che sei nel cielo, ti prego veglia su di me …

#Buongiorno

Una serena buon fine settimana amici della mia tana …

Pensieri …

Scrivere è quello strano paradosso per cui più sono belle le
parole e più grande è il dolore che c’è dietro…

Va tutto bene, nella mia vita immaginaria.

Mi alzo un po’ prima.
Oggi.
Così.
Per raccogliere i miei pensieri.
Con il cucchiaino del caffè.
Per gustarmi il mattino.
Il silenzio.
La quiete.
Per sentirmi le ossa.
Per baciare la luce.
Grazie cielo.
Per questo nuovo giorno.