Fiabe dei Fiori


 

 

C’era una volta, tanto tanto tempo fa, in un posto molto molto lontano, un re…
e dopo tante avventure, vissero tutti felici e contenti…
Non cominciano tutte così e non tutte hanno lo stesso lieto fine, ma tutte fanno sognare e volare con la fantasia…

Link:12 mesi di fiori e favole

 

Il nontiscordardime, messaggero d’amore.
Un tempo, in un regno prospero e felice, la giovane Daina abitava con la madre ormai vecchia in una piccola capanna dipinta di bianco, sul limitare di un campo di grano, vicino ad un ruscello che scorreva gioioso, alla quieta ombra di alberi secolari. Era bello in inverno, coi severi alberi spogli, i rami immobili contro il cielo grigio e i bruni campi silenziosi dove volavano pigramente i corvi dalle nere, lucide ali. Ed era bello in estate, sotto le fresche foglie luccicanti dove tubavano le colombe innamorate l’una dell’altra, accompagnando con il loro linguaggio d’amore il lieto scorrere del torrente d’argento.
Le donne andavano a riempire di purissima acqua i loro secchi in quel luogo incantato, ed i viandanti si sedevano per riposare e parlare con Daina, flessuosa, dolce e paziente come l’animale di cui portava il nome.
Ella lavorava filando alla rocca tessuti leggeri e preziosi per le ricche signore del regno e sognava, filando, i suoi sogni, il bel viso piegato sotto il peso dei lunghi capelli neri, raccolti sul capo in una treccia splendida, degna di una regina, i grandi occhi liquidi e scuri levati talvolta ad osservare fiduciosi chi voleva fermarsi a parlare con lei.
Un giorno, uno dei viandanti la informò che il Nobile Signore, padrone del regno, stava visitando tutte le terre che gli appartenevano, e quindi certo sarebbe giunto anche lì.
Turbata – senza nemmeno ben capirne la ragione – per la prima volta nella sua breve, placida vita, Daina corse dalla madre, per chiedere alla saggezza di lei quale mai vestito dovesse indossare per rendere omaggio al loro Signore. Quanto ai gioielli, la scelta era obbligata. Daina e la madre erano molto povere, vivevano del lavoro della fanciulla, e non possedevano che la piccola capanna bianca dove vivevano ed uno splendido gioiello, un grande zaffiro che racchiudeva in sé tutti i tenui bagliori del cielo, incastonato in una montatura degna di un re.
Quello zaffiro era appartenuto ad un possente signore del regno, che in anni ormai lontani aveva amato la madre di Daina, bella allora come ora la figlia, e poi l’aveva abbandonata, lasciandole in dono la piccola e quel gioiello prezioso.
La madre, sgomenta per il turbamento della figlia, pregò in silenzio perché la storia non si ripetesse, perché alla fanciulla così ignara fossero risparmiati il dolore dell’abbandono e del disinganno, le lacrime dello struggimento e della solitudine, ma ben sapendo che ogni cosa è già scritta, aiutò comunque la sua bella figlia ad acconciare i lunghi capelli neri e ad indossare un abito bianco come l’alba del mattino, fermandole sul seno il gioiello azzurro colore del cielo.
Finalmente il Nobile Signore passò davanti alla piccola casa di Daina, che attendeva tremando, ma, anche se vide la graziosa capanna dipinta di bianco, la giudicò troppo piccola per prestarle attenzione e passò oltre senza badare alla bellezza di quell’angolo fatato; era estate, ma preso dai gravi pensieri del suo regno, egli non vide le lucide foglie dei grandi alberi, non udì il richiamo amoroso dei colombi innamorati, non fu attratto dal fresco gorgoglio del ruscello d’argento.
Daina però non poteva tollerare il pensiero di non aver reso alcun omaggio al suo Signore.
E così, in un gesto dettato da inconsapevole orgoglio, poiché anche nelle sue vene scorreva nobile sangue, e dalla delusione di un’inconfessata speranza, lanciò verso il Principe il suo prezioso gioiello di cielo.
Indifferente, il Principe passò col suo cavallo là dove il gioiello era caduto, e dietro a lui gli infiniti zoccoli dei cavalli di tutto il suo seguito numeroso. E il bello zaffiro si frantumò in numerose piccole schegge di luce azzurra, che riflettevano il sole.
Fu una dea pietosa che passava di lì a trasformare quelle schegge in migliaia di piccoli fiori azzurri, cui venne dato il nome di “non ti scordar di me” perché il ricordo del gesto orgoglioso e gentile della piccola Daina non andasse del tutto perduto.

Curiosità
Edoardo VIII, nel 1936, in un secolo dunque apparentemente privo di fiabe, rinunciò al trono di Inghilterra, assumendo il titolo di duca di Windsor, gettando così ben più che un monile di zaffiro ai piedi della donna che amava. La rinuncia al trono era infatti l’unico mezzo per rendere possibili l’anno successivo le nozze con l’americana, due volte divorziata, Wallis Simpson, che, a differenza del principe della fiaba, si chinò a raccogliere il dono.
Il duca volle che nel giorno delle nozze i “non ti scordar di me” decorassero a migliaia la loro abitazione, e che l’abito della sposa avesse quella particolare tonalità di chiaro azzurro che mostrano i petali del fiore sacro all’amore.

 

Il Principe delle rose
Tantissimi anni fa , alle pendici dei monti Pirenei si estendeva il Paese di Mira Mirò, veramente era poco più di un piccolo fazzoletto di terra circondanto da grandi alberi perennemente fioriti, si perchè cari bambini dovete sapere che in questo angolo di Paradiso non esisteva l’inverno e gli abitanti cosi potevano gustare la soave tenerezza dell’aria profumata di rose e di lavanda tutto l’anno.
La natura rigogliosa col suo linguaggio ricco di suoni,aromi e colori faceva si che in questo luogo incantanto,la vita trascorresse con semplicità, nel rispetto dei veri valori di amicizia e amore verso il prossimo per cui ogni singolo componente si sentiva qui particolarmente sereno e nessun pensiero triste faceva capolino nelle menti poichè tutto era bello e pieno di magia.
Uno scintillante ruscello divideva le abitatzioni dal castello reale ove risiedevano il Re Ezhel e la Regina Mohar con le due figlie Azul ed Elisee …
Ai margini del maniero si poteva ammirare anche un delizioso bosco dove abitavano sotto agli ombrelli dei funghi gnomi e folletti e inoltrandosi ancora piu’ avanti tra il fitto fogliame di sempreverdi era situata la grotta del Grande Drago guardiano del tesoro dell’eterna felicità, riposto sotto la quercia che separava l’antro dal palazzo delle fate circondato da siepi ricolme di rose di ogni forma e qualità…
Ogni anno in occasione dell’inizio della primavera si teneva una gran festa per celebrare il sole e la fertilità della valle,tutto il popolo allora si radunava nei giardini della reggia danzando e snocciolando i sacri riti propiziatori affinchè al regno venisse concesso un erede maschio, questo onde assicurare pace e stabilità con i paesi limitrofi,la dolce regina donna pia e costumata col passar del tempo diventava infatti sempre piu’ malinconica e ormai disperava d’assicurare la tanto agognata discendenza al marito ma quell’anno alla vigilia dell’avvenimento, avverti quasi un presentimento che forse il suo desiderio si sarebbe avverato , cosi lieta partecipò alla generale euforia impegnando le ore antecedenti la festività con la composizione di ghirlande per la maggior parte costituite da leggiadre corolle di rose …
Finalmente giunse il giorno tanto atteso, naturalmente erano presenti anche le Fate molto amate dalla popolazione locale per via della loro bontà …  E mentre la sovrana recitava la preghiera allo Spirito creatore di tutte le cose, predissero a ella che presto avrebbe generato il terzo figlio poi facendo tintinnare i loro campanellini eseguirono l’incantesimo necessario a realizzare l’evento…
Mohar con un sussurro imbarazzato le ringraziò, rinnovando loro l’invito a rincontrarsi in occasione della nascita del figlio …Poco tempo dopo difatti scopri di essere incinta e con gran gioia annunciò allo sposo la bella notizia. Dopo qualche mese durante una notte ove l’alito del vento sibilando faceva stormire le foglie sui rami e il luccicchio delle stelle era nascosto alla vista d’ognuno a causa della presenza di grossi banchi di nuvole che rendevano l’armosfera del posto inquietante e misteriosa venne al mondo il tanto sospirato figlio maschio a cui fu posto il nome di Jahir …la nascita dell’erede maschio fu accolta nel paese e interpretata come una benedizione divina …
Si riaprirono per ciò le porte del castello a ogni abitante della valle compresi gli gnomi, gli elfi e le fate.
Ognuno portava con sè un dono pure i poveri non si erano presentati a mani vuote.
Le fate e gli spiriti del bosco s’inchinarono per ultimi innanzi alla culla del neonato, la fata dei fiori fece dono della Bellezza, quella delle acque della perpetua giovinezza infine la fata del cielo stava per porgere il suo presente quando la strega del vicino villaggio fece, non invitata da alcuno, il suo ingresso e minacciosa si rivolse con voce stridula all’infante …
“Crescerai bello, sano e forte, benvoluto e ammirato da tutti fino alla data del tuo quindicesimo compleanno per nessun motivo potrai cogliere le rose che circondano la caverna del Dragone, se non ubbidirai morirai e niente potrà salvarti …”
Detto fatto svanì avvolta da una nuvola di fumo nerastro…La fata del cielo per attenuare il maleficio fece dono al fanciullo dell’immortalità non poteva annullare del tutto la potenza del sortilegio ma almeno ridurne i malefici effetti…Sgomenta tutta la corte cercava di confortare i sovrani il quale attoniti fissavano ancora il punto in cui la malvafia stega era sparita…
Passarono gli anni e il principe come predetto crebbe bello, saggio e buono, amava molto gli animali e si dedicava con impegno alla coltivazione di piante officinali da cui ricavava unguenti e tisane per curare la sua gente … Il re aveva dato ordine di recidere tutte le rose coltivate nei viali e nei giardini del Regno, cercando in tal maniera di salvare il figlio dal malefico incantesimo gettato dalla strega. Venne purtroppo il giorno del suo quindicesimo genetliaco e stranamente quella mattina il ragazzo si sentiva triste non c’era un motivo plausibile a questo stato d’animo quando si ritrovò a imboccare il sentiero per il bosco e a un certo punto osservando i vividi riflessi dell’aurora ricamare archi di luce tra i rami degli amberi secolari si senti afferrare da un un spiegabile sensazione di smarrimento, era come se improvisamente avesse perso la cognizione del tempo e dello spazio e ogni cosa stava li inerte,compresa la soffice brezza che solitamente disegnava leggere onde tutti’intorno…
Nel frattempo, giunto alle soglie della caverna rimase estasiato alla vista delle splendide rose dalle intense tonalità e fragranze che rigogliose crescevano nelle vicinanze
“Oh quanta bellezza , esclamò stupefatto ! Chissà forse potrei coglierne qualcuna e portarla con me di certo la mia augusta madre e le mie dolci sorelle ne sarebbero felici ” e prontamente s’apprestò a metter in atto il suo proposito..
Ma non appena la sua mano venne a contatto con i petali del fiore , egli cadde al suolo e in apparenza morto,però visto che gli era stato concesso il dono dell’immortalità era soltanto sprofondato in un lungo sonno…
Frattanto a corte il Re e la Regina accortisi della scomparsa del figliuolo avevano allertato le guardie per andarlo a cercare …

Dopo molte ore fu ritrovato esanime con la rosa ancora stretta nel palmo
Fu interrogato l’oracolo delle rocce e dei silenti muschi, in modo da trovare un antidoto al sortilegio e il vecchio saggio attingendo a tutti i suoi poteri cosi profetizzò:”Dovete entrare nella caverna del Grande Dragone e rapire una scaglia della sua corteccia, infine sfregarla sulle dita offese in tal maniera vostro figlio si desterà non ricordando più nulla di quanto oggi accaduto e sarà immune all’incantensimo a lui rivolto…
Ezhel udito il responso senza esitazione si apprestò a varcare l’ingresso della spelonca , fortunatamente il Dragone dormiva, lesto sfilato lo stiletto che portava infisso nella cintura velocemente tagliò la preziosa scaglia e in gran fretta usci dal buio anfratto…Per fortuna il Grande Drago non si era destato altrimenti si che sarebbero stati guai seri e raggiunto il luogo in cui il principe giaceva addormentato,vigorosamente passò la scaglia sui suoi polpastrelli, aprendo gli occhi il giovine si meravigliò di tutta quella moltitudine radunata li…
Naturalmente non ricordava nulla di quanto successo e abbracciando i genitori si accorse di tenere ben salda dentro al pugno, una meravigliosa rosa corallina con tono solenne rivolgendosi alla Regina,disse:
“Madre ho colto questo fiore a me sconosciuto per fartene omaggio in questo posto ce ne sono tantissimi desideravo prenderene qualcuno per piantarlo nei giardini reali affinchè tutti possano ammirarne la bellezza e avvertirne l’aroma …
La Regina commossa rispose :
“Prendine pure quante ne desideri Figlio mio e sia premiato il tuo buon cuore poichè hai sempre un pensiero gentile per tutti e le tue azioni sono rivolte al bene del nostro popolo coltiverai tu stesso queste soavi corolle … Da oggi sarai conosciuto come Il Principe delle rose, questi fiori diverranno l’emblema del nostro regno ogni Primavera al loro sbocciare, ricorderemo questo giorno lieto e in compagnia dello sposo e dei figli lentamente s’avviò in direzione del maniero spargendo petali di rosa per i dintorni.

Aprile il mese del Tulipano.
In un tempo ormai lontano, viveva in Olanda un contadino che traeva dalla terra i prodotti necessari al suo sostentamento. Egli conosceva soltanto le nozioni indispensabili alla propria sopravvivenza. Conosceva quindi il ritmo delle stagioni, e quando seminare e quando raccogliere, le erbe buone per nutrire le bestie da lui accudite, e le erbe cattive che le avrebbero avvelenate. Altro non sapeva: ignorava dunque l’esistenza delle grandi città che cominciavano a sorgere non molto lontano da lui, il concetto e l’utilità del denaro, i miracoli della sapienza degli uomini.
Accadeva che, spinto dall’ansia di un’attesa senza scopo, si soffermasse talora ad osservare la lunga fuga dei campi verdi, di un verde monotono, sempre uguale, interrotto soltanto dagli ordinati canali di irrigazione che riflettevano il cielo. E il suo sguardo si spingeva fino all’orizzonte che dove lui viveva sembrava ancora più lontano di quanto non sia solitamente l’orizzonte, perché la sua terra piatta non era in alcun modo interrotta dalle linee ondulate dei monti.
Poiché era giovane, talvolta un comando impellente correva nelle sue vene, ma egli ne ignorava il significato, perché da quando si ricordava, era sempre stato solo, e così pensava – se pure pensava un futuro che non fosse l’immediato accadere dopo il presente – che sempre sarebbe stato.
Accadde tuttavia che un giorno, saltando senza motivo, in un impeto di felicità, un canale che scorreva quieto fra i verdi prati silenziosi che erano l’unico mondo da lui conosciuto, piombò in un mondo di bellezza che gli era ignoto: egli vide, spuntati tra l’erba sottile, fiori stupendi dai mille colori, aperti come ninfee, e sospesi su essi creature di luce, vestite di veli anch’essi dai mille colori, e con grandi ali leggere scintillanti d’argento, di quello scintillio che egli aveva scorto, nelle notti di luna piena, capovolto nei mille canali che attraversavano la sua placida terra.
Erano innumerevoli, quelle creature, e ciascuna aveva in mano uno strumento fatto di luce, che suonava insieme alle altre, in armonia di suoni. Una sola tra tutte non possedeva alcuno strumento. Era la più bella di quegli esseri lucenti e muoveva piano le sue leggere ali di farfalla, e rideva felice, danzando la musica evocata dalle compagne, musica che il giovane era certo non fosse umana, anche se di umano non aveva mai udita altro suono che quello del vento che spazzava le grandi pianure che erano tutto il suo mondo.
In quella bella creatura sorridente il giovane contadino concentrò alfine il comando imperioso che correva talvolta nelle sue vene, la somma di tutte le cose che sapeva esistere anche se gli erano sconosciute, l’ansia di bellezza che troppe volte lo aveva divorato quando osservava il mare fondersi nel cielo, all’orizzonte.
E l’amò, senza nemmeno sapere che era amore, d’un subito, profondamente e inutilmente, con la disperazione di chi intuisce di amare l’irraggiungibile.
La creatura fatata non conosceva purtroppo l’amore, poiché quello è un dono riservato agli uomini, ed anche loro solo raramente riescono a possederlo, ed ancor più raramente a condividerlo: la creatura era bella, buona e gentile, ma non poteva comprendere l’ansia che divorava il giovane umano.
Lui, a sua volta, che vedeva la bellezza e la bontà di lei, che si struggeva per la malia evocata dalla sua danza e dalla musica e dai canti delle fate compagne, si lasciò consumare dal desiderio di tutto questo fino a morirne, addormentandosi quieto, in un giorno d’aprile, al suono di quella musica, sull’argine del canale che un destino imperscrutabile, un giorno, gli aveva ordinato di attraversare.
La regina delle fate, sfiorata forse per la prima ed unica volta in quella sua vita diversa da un senso di umana pietà, pur non comprendendo il motivo di quella morte, intuì confusamente di esserne la causa innocente, e volle che le terre che il giovane aveva amato in vita, fossero da allora, nel mese aprile, coperte dai fiori che servivano da casa alle fate.
E’ da allora che ogni anno, nel mese di aprile, i tulipani fioriscono tutti insieme, a migliaia, coloratissimi, nella terra d’Olanda.
Pare che chiunque abbia visto questa miracolosa fioritura, non fatichi a credere in questa storia che ne racconta l’origine fatata.

Curiosità
Si ritiene che il tulipano sia stato introdotto in Europa dalla Persia, ed in effetti ancor oggi in Iran gli innamorati si scambiano tulipani come simbolo d’amore.
Giunti comunque in Europa, i tulipani divennero di moda, grazie alle donne francesi che per prime li apprezzarono. La moda dilagò poi dalla Francia all’Olanda, dove si selezionarono nuove varietà ed i tulipani divennero oggetto di coltivazione intensiva; i bulbi venivano contrattati con accanimento dai ricchi mercanti olandesi, e le più rilevanti di tali contrattazioni all’inizio si svolgevano nel palazzo del mercante Van der Burse, palazzo che si trasformò nella sede non soltanto del commercio dei tulipani, ma anche di altri prodotti. Derivò così dal nome di quel mercante la parola Borsa, che ancora oggi indica il luogo delle contrattazioni di titoli azionari e di monete.

Una leggenda orientale attribuisce l’origine del tulipano a una toccante storia d’amore. In un villaggio della Persia viveva un artigiano di tappeti che aveva una figlia di nome Ferhad. I tappeti dell’uomo erano così belli che molti mercanti venivano dalla capitale, Isfahan, per comprarli. Mentre erano al villaggio, i mercanti decantavano le magnificenze della città e Shirin, il giovane apprendista promesso sposo di Ferhad, ascoltava con attenzione. Shirin era molto ambizioso e quando venne a sapere che nella capitale cercavano artigiani, decise di partire, promettendo a Ferhad di tornare presto per farla sua sposa. Passò molto tempo e poiché Shirin non tornava, Ferhad sellò un cavallo e partì per andarlo a cercare. Viaggiò a lungo e quando vide la città all’orizzonte era così stremata che cadde da cavallo, slogandosi una caviglia. L’animale fuggì e Ferhad fu costretta a proseguire trascinandosi a carponi. Le pietre aguzze, tuttavia, le provocarono ferite mortali e lei non arrivò mai a Isfahan. Ma la terra, che bevve il suo sangue, generò grandi fiori rossi, a testimonianza del suo amore: i tulipani.

Aprile la viola mammola
La mitologia greca narra che fu Zeuss, il re degli dei, a far spuntare le prime viole. Ma per spiegarne il motivo, occorre raccontare di quando il dio si innamorò della bellissima IO, ninfa fluviale e sacerdotessa della sua sposa, Hera. Per sedurre la fanciulla, Zeuss mandò sulla terra una fitta nebbia entro cui Io smarrì la strada di casa. In quella nebbia lui comparve e l’amò, certo che nessuno potesse vederlo. Ma Hera, insospettita per le continue infedeltà di Zeuss. scese dall’Olimpo ordinando alla nebbia di dissolversi.
Al re degli dei rimase giusto il tempo di trasformare Io in giovenca, prima che la moglie lo trovasse. Hera non si lasciò ingannare dalla sua aria innocente e chiese ed ottenne di avere in dono la giovenca. Temendo poi che il marito se la riprendesse, affidò l’animale alla custodia di Argo, il gigante dai cento occhi. Chiusa nel corpo della giovenca, Io soffriva e faticava anche a nutrirsi, poiché l’erba dei prati era ispida e dura. Zeuss, allora per timore che la bella da lui amata morisse, fece spuntare tra l’erba piccoli fiori dolci e profumati dal colore violetto come gli occhi di lei.
E anche dopo che Zeuss ebbe restituito ad Io le sue sembianze, quei fiori, che i greci chiamano ION, fiori di IO, continuarono a fiorire tra l’erba ad ogni primavera.

Il Mughetto
Il mughetto appartiene alla famiglia delle Liliaceae, il nome botanico è Convallaria majalis.
Il nome Mughetto deriva dal francese Muguet.
E’ sinonimo di felicità che ritorna e di portafortuna.

In Francia durante la festa del primo maggio si offre per augurio, considerato il simbolo della primavera: per questo motivo gli è stato “dedicato” il 1° maggio, giorno in cui per le vie di Parigi vengono vendute piantine o mazzolini di questi candidi fiori, in questo giorno il fiore si porta all’occhiello per festeggiare la primavera, infatti, se passeggiate per Parigi in questo periodo dell’anno, vi verranno offerti per strada. Il suo fiore bianco, sempre in Francia, è sinonimo di un vero uomo che ostenta troppo la sua raffinatezza, simile all’intenso effluvio che esso emana. 
Molte sono le leggende che si narrano intorno a questo fiore. Secondo una, San Leonardo dovette combattere contro il demonio con sembianze di diavolo. Egli vinse, ma il combattimento fu difficile e le gocce del suo sangue sul terreno si trasformarono in bianchi campanellini. 
Un’altra racconta che il mughetto era caro a Mercurio, poiché il suo profumo inebriante rinforzava il cervello e acuiva la memoria. Un’altra ancora, invece, afferma che i primi mughetti sono nati dalle lacrime della Madonna sparse ai piedi della croce e, per tale motivo, con il loro colore verginale simboleggiano la purezza.
Poi, si dice che l’ usignolo a primavera aspetti le fioriture del primo mughetto nel bosco per celebrare i suoi amori. I monaci, invece, usavano adornare l’ altare con il mughetto, che chiamavano “scala per il paradiso” per la particolare forma delle sue campanelle disposte come gradini lungo le scale.
Una leggenda delle valli bresciane narra che, in un giorno d’allegria, le fate del bosco uscirono dai loro nascondigli segreti per dare vita a una bellissima festa, ma, nell’ allegria generale, dimenticarono le loro tazze usate per bere da un ruscello. In seguito, le ritrovarono all’alba trasformate in mughetti e moltiplicate: da qui il nome di “tazzine delle fate”.
Le margherite stelle della terra
Fu in una notte come tutte le altre, ma antica di molti milioni di anni, che le stelle sparirono dalla terra, per raggiungere il cielo.
Perché, come narrano storie così vecchie che si è perso il ricordo di chi le narrava, c’è stato un tempo in cui le stelle vivevano sulla terra.
Erano creature timide ed aggraziate, che vivevano a gruppi, sparse un po’ dovunque, tenendosi ben nascoste agli occhi degli esseri umani. In quei tempi lontani, gli uomini avevano appena cominciato a popolare il pianeta, ed erano in pochi, e tuttavia a volte sufficienti per rompere i delicati equilibri che univano gli esseri viventi di tutto il creato.
Si racconta che un gruppo di stelle avesse trovato rifugio proprio qui, nella valle del Sesia, perché qui c’era tutto quello che esse amavano: grandi montagne ricoperte di foreste e rapidi torrenti ed un fiume generoso a raccoglierli, dalle fresche veloci acque azzurre, glaciali di neve in primavera, allo sciogliersi dei vicini ghiacciai, rombante di acque scure di minacce antiche quanto il tempo nei periodi delle lunghe piogge, luccicante d’oro al sole d’estate, sempre comunque in corsa più in basso, verso un altro placido fiume che scorre tra rive ridenti, pronto a ricevere il fratello più inquieto.
Nelle foreste più profonde, lontane dalle abitazioni degli uomini, le stelle spingevano nei torrenti rumorosi e limpidissimi gli alberi abbattuti nelle notti di tempesta dai fulmini loro amici, e poi liberati dai rami più ingombranti dai volenterosi castori, gli animaletti dei boschi coi quali le stelle amavano giocare. Alle stelle piaceva montare a cavalcioni di quelle imbarcazioni improvvisate, e poi lasciarsi trascinare dai tronchi che veloci le trasportavano a valle, mentre esse ridevano divertite per i grandi balzi lungo i rapidi torrenti bianchi di spuma.
Cantavano poi dolcemente quando arrivavano al placido fiume che correva fuori dai monti, ed esse correvano con lui, sui comodi tronchi che ancora odoravano delle foreste lontane, accompagnate dal volo solenne degli aironi e dal chiacchierio delle famiglie dei dignitosi cormorani, incontrati lungo il cammino, e poi ancora più lontano, fino ad un altro fiume ancora più grande, dove l’impatto coi gabbiani bianchi, ubriachi di onde e di vento, annunciava la vicinanza del mare.
Le stelle indossavano abiti di nuvole, e decorazioni scintillanti fatte dei denti affilati dei cinghiali che popolavano numerosi le foreste che coprivano le cime delle montagne, e di altrettanto scintillanti conchiglie, che il mare, ritraendosi dopo le tempeste, lasciava loro in dono lungo le rive.
Avevano lunghi capelli leggeri di un bianco dorato, che rifulgevano al sole quando il vento si divertiva a giocare con quei fili sottili, e ridenti, luminosi occhi pronti al sorriso.
Tutto quel fulgore di ornamenti e di bellissime chiome pulsava ritmico all’unisono, quando le stelle cantavano le loro canzoni, scivolando lungo il fiume.
Era un’incredibile spettacolo di luce, di bellezza e di gioia, carico di musica struggente.
E fu proprio dalla valle del Sesia che esse sparirono.
Accadde così, in una notte che sapeva di magia. Il cielo tutto blu era fermo e compatto, come in attesa. Sarebbe stata buia la notte, perché in quei tempi prima del tempo, nemmeno la luna illuminava il cielo, ma la luce era data da tutto quello splendore di stelle, che scendevano placide cantando lungo il grande fiume.
Un viandante che si era perso nella foresta vide quella luce scintillante, e sentì la dolce musica misteriosa. Divorato dalla curiosità, si avvicinò alla fonte della sua meraviglia e spiò, nascosto tra i rami degli alberi che crescevano lungo la riva.
Lo spettacolo era di tale bellezza che l’uomo rimase quasi accecato dalla magnificenza di quanto scorreva sul fiume.
Con l’avidità che è propria della sua razza, o forse soltanto per la gioia di tenerlo tra le mani, l’uomo d’impulso uscì dal suo nascondiglio e si precipitò verso tutto quello splendore, arrivando a sfiorare una delle imbarcazioni improvvisate, che però gli scivolò tra le dita.
Terrorizzate, le fragili stelle fuggirono, chiamarono a raccolta le loro sorelle sparse per tutta la terra e si rifugiarono nel cielo, per non tornare mai più.
Il loro scintillio glorioso è tuttora visibile dal nostro pianeta, ma gli uomini hanno perso per sempre il fascino struggente della loro musica.

Lasciarono però, gentili com’erano, qualcosa al loro posto : le innumerevoli, graziose piccole margherite (dette anche pratoline) che a primavera ricoprono i prati a migliaia, rimaste a ricordare le stelle con il loro cuore colore di sole.
Anche se è a primavera che esse cominciano a fiorire, è all’inizio dell’estate che ricoprono i prati con il loro candido e dorato splendore, tanto che un antico proverbio inglese recita: “Quando puoi posare il piede su sette margherite, allora è davvero arrivata l’estate”.

Curiosità
Curiosamente, il nome inglese delle margherite è “Daisy” e forse risale, senza saperlo, all’ antichissima storia raccontata: perché Daisy sta per “the day’s eye” – “l’occhio del giorno” e infatti questi fiorellini si aprono alle prime luci e ripiegano i loro petali quando il sole tramonta, come se andassero a dormire. Si dice che taluna, approfittando del buio, voli via a popolare il cielo, e che qualche altra, malata di nostalgia, approfittando delle stesse tenebre, torni ogni tanto a profumare la terra.
Annunci

Un commento su “Fiabe dei Fiori

  1. Pingback: Il 1 Maggio e la storia del mughetto ♡ | Vietato calpestare i sogni ©ELisa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...