Scrivere fa bene al cuore

Scrivere mi fa bene. Lo sento.
Anche quando scrivo cose tristi,
qualcosa in me si tranquillizza,
sento di avere uno scopo.

David Grossman – “Che tu sia per me il coltello”

Si scrive per guarire se stessi, per sfogarsi,
per lavarsi il cuore.
Si scrive per dialogare anche con un lettore sconosciuto.
Ritengo che nessuno senza memoria possa scrivere un libro, che l’uomo sia nessuno senza memoria.
Io credo di essere un collezionista di ricordi, un seduttore di spettri.
La realtà e la finzione sono due facce intercambiabili della vita e della letteratura.
Ogni sguardo dello scrittore diventa visione,
e viceversa: ogni visione diventa uno sguardo.
In sostanza è la vita che si trasforma in sogno e il sogno che si trasforma in vita, così come avviene per la memoria.
La realtà è così sfuggente ed effimera…
Non esiste l’attimo in sé, ma esiste l’attimo nel momento in cui è già passato.
Piuttosto che vagheggiare un futuro vaporoso ed elusivo, preferisco curvarmi sui fantasmi di ieri senza che però mi impediscano di vivere l’oggi nella sua pienezza. –Gesualdo Bufalino

 

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I libri e terapia – favole

Un simpatico proverbio giudeo-marocchino dice: ” Che bisogno avevo di pettinare la testa di un calvo?”

Ci si deve allora chiedere perchè si ricorre spesso a rimedi inutili per sedare la malinconia, quando il territorio delle fiabe raccolte e stampate è sempre cosi vasto. E soppratutto, chi ha detto che le fiabe sono fatto solo per i bambini?
Io da piccolo -ma poi anche piu tardi – sono sovente ricorso alle favole per una rapida iniezione lenitiva di bene.
le fiabe sono brevi, di facile e pronta lettura, e rasserenano, mettono a posto tante cose e sembrano aggiustare il mondo come vorremmo che fosse.

La nostra è l’epoca in cui gli essere umani vengono facilmente trasformati in bestie parlanti – e viceversa – quasi tutti spettatori passivi del torpore televisivo di quei salotti che abbondano sempre di piu nelle programmazioni di ogni rete. La televisione potrebbe essere terapeutica, ma la maggior parte delle volte non lo è affatto, e ci riversa adosso brutali riprese di orrori quotidiani, di guerre, massacri e delitti, inescando in noi ansie che a volte solo gli psicofarmaci, o lo shopping, riescono a sedare.

Invece il meccanismo delle fiabe, che sanno trasformare anche gli oggetti piu umili in personaggi commoventi ( vedi Andersen, Astrid Lindgren e in seguito Walt Disney), è in grado di mettere in moto la nostra immaginazione che diventa subito partecipazione attiva, e sa creare in noi nuovi universi morali e sentimentali.
James Hillman, in Children’s Literature, sostieni che quanti durante l’infanzia hanno sognato sulla fiabe e sui libri illustrati sono in un certo senso ben piu preparati alla vita di quelli che non ne hanno mai subito il fascino.
Queste letture precoci diventano “in un certo modo vissute e assimilate, una via in cui l’anima ritrova se stessa nella vita”

Il saggio cabalista Baal Shem Tov ricorda che i nostri occhi e le nostre orecchie devono essere addestrati a percepire l’impalpabile realtà che ci circonda. E allora, che cosa c’è di meglio del mondo fantastico e paradossale di una fiaba?
Un altro maestro cabalista insisteva: noi siamo anima, mentre noi abbiamo un corpo.
Dunque, il corpo è il nostro strumento di lettura del mondo,e a questo scopo (anche terapeutico, ma soppratutto creativo) noi dobbiamo usarlo.
Per conoscere, sperimentare, inventare, e in special modo vivere questa avventure terrena nella maniera piu’ degna, oppure anche indegna, a seconda del personaggio che abbiamo deciso di interpretare sul palcoscenico del mondo.
Per esempio, Hans Christian Andersen, nato da famiglia povera, pur privo di mezzi aveva scelto di essere poeta e favolista. Quando era piccolo il padre ciabattino gli leggeva le fiabe popolari, e nel manicomio dove la nonna era giardiniera lui stava buono e ascoltava rapito i racconti straordinari sussuratigli in segreto dalle vecchie ospiti. Nella sua Danimarca natale, Andersen aveva scoperto che, per essere veramente originali e unici, bisognava avere il coraggio di essere fino in findo se stessi. Cosi come se stesse è la natura in ogni sua manifestazione. ” Se una foglia d’albero non e mai la precisa copia di un altra, allo stesso modo nessun uomo, nella sua piu’ intima natura, è copia di un altro uomo”. aveva annotato. Andersen viveva la sua vita come una favola solo a lui destinato, piena di sorpresa e di magia. Non a caso aveva intitolato la sua autobiografia “La fiaba della mia vita”
Diceva di scrivere “per poche anime capaci di ascoltare una narrazione, e di trarne conforto, nonostante i clamori del mondo.”

Un’altr grande affabulatrice, Karen Blixen, scriverà dall’Africa alla madre a proposito del suo adorato Andersen: “E’ la gente senza fantasia che è la peggiore; solo quelli che la possiedono conoscono la vera essenza delle cose.”

A proposito di Andersen, Ada Castagnoli Manghi ha detto che ” cercando attraverso il racconto di dare una risposta a molti interrogativi grandi e piccoli della vita quotidiana, Andersen si era convinto che solo nella fiabe si trova il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.”

Dunque, stabilito che il tasso di pensieri felici è nelle fiabe molto alto, ecco come indicato una possibile cura per l’infelicità quotidiana. Come abbiamo visto, se i libri curano in prima battuta chi li pensa e li scrive, a maggior ragione un pò di bene passerà anche a chi ne ha bisogno.

E cosi, leggendo prima di dormire una favola o una breve, poetico racconto, siamo in grado di neutralizzare le piccole infelicità di un’intera giornata.

 LA NASCITA DEGLI ELFIfiaba Islandese

Un giorno il buon Dio, travestito da viandante, bussò alla porta di una piccola casa e chiese ospitalità. Venne accolto da una famiglia numerosa ma così povera da non avere di che vestire i figli. Padre e madre si vergognavano di ciò e presentarono allo straniero solo la metà dei loro bambini. Dio li trovò amabili e chiese alla madre se ne avesse altri oltre a quelli. La donna rispose di no. 

Naturalmente il buon Dio sapeva benissimo che aveva altri figli e domandò ancora: “Mia buona donna, mi hai davvero presentato tutti i tuoi figli?”
“Certamente – mentì la donna sorridendo – Non sono forse abbastanza?”. 
Dio si accontentò di questa risposta e si sedette a tavola per la cena.
Notò che quella famiglia era molto pia: ringraziava il Signore per il cibo e, nonostante fosse appena sufficiente per loro, lo condivisero con lo straniero. Dio notò anche che tutti i bambini si misero in tasca un po’ di pane secco da portare ai loro fratelli e sorelle nascosti.
Il giorno seguente, prima di andarsene, Dio disse alla famiglia tanto ospitale: “Ciò che è stato nascosto a me verrà nascosto anche agli occhi degli estranei”. Da quel momento, i bambini nudi diventarono invisibili; i genitori li percepivano e gli altri uomini potevano vederli soltanto quando lo desideravano i bimbi stessi. Dio diede ai bambini dei fiori, con i quali poterono vestirsi, e da allora non patirono più il freddo.
Essendo invisibili, dovevano fare attenzione a non essere calpestati, e, per questo, Dio diede loro le ali, affinché potessero spiccare il volo in fretta al minimo pericolo.
Quei bambini gli erano molto affezionati e Dio fece loro molti altri doni, che gli uomini comuni non possedevano. Potevano parlare con i fiori e gli animali, e trovavano sempre cibo per saziarsi e vivere in buona salute. I bambini invisibili crebbero ed ebbero dei figli, che a loro volta ebbero altri figli. Facevano del bene agli uomini senza farsi vedere, anche se talvolta si divertivano a far loro qualche scherzo.
Vivevano nelle grotte, negli alberi, in riva ai fiumi; i più piccoli riuscivano persino ad abitare sulle corolle dei fiori.
Gli uomini li battezzarono Elfi.
Mentre gli uomini sfruttavano la terra, gli Elfi diventarono gli spiriti della natura e talvolta intervenivano per contrastare le azioni degli uomini irrispettosi dell’ambiente. Gli Elfi si manifestano di rado: non hanno molto spazio sulla terra per eseguire le loro danze e per celebrare i loro riti. Sono sempre in grado di vedere gli uomini; per contro, noi possiamo vedere gli Elfi soltanto quando loro lo desiderano…

I libri e la sua terapia

I libri

Ci sono libri che si posseggono da venti anni senza leggerlì, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase.
Poi, dopo vent’anni viene un momento in cui d’improviso quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri d’un fiato, da capo a fondo; è come una rivelazione.
Ora sappiamo perchè lo abbiamo trattato con tante cerimonie.
Doveva stare a lungo vicino a noi; doveva viaggiare; doveva occupare posto; doveva essere un peso; e adesso ha raggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela, adesso illumina i vent’anni trascorsi in cui è vissuto, muto, con noi. Non potrebbe dire tanto se per tutto quel tempo non fosse rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose.
Elias Canetti, La provincia dell’uomo.
Quaderni di appunti 1942 – 1972

Molti anni fa una rivista americana pubblicò una vignetta umoristica in cui si vedevano due capra. Una divorava metri di pellicola cinematografica, e l’altra si sgranocchiava il volume da cui era stata tratto il film. E qust’ultimo diceva: “meglio il libro!”
Quindi, in una paese come l’Italia che preferisce di gran lunga le immagine (televisive, cinematografiche, o di qualsiesi altro tipo), e trascura le parole stampate, io credo proprio di dover dedicare queste pagine a tutte le “capre” italiane che non leggono mai un libro, e che non sanno cosa si perdono. Come diceva una mia saggia amica: “Piattusto che diventare schiava del Librium, mi prendo un libro”.

Un libro e magico.

Ciascuno a suo modo ha un’anima speciale, u anima bella fatta di parole; di pensiero, di descrizione di cose e persone, quindi poetica e viva.
Leggere e vivere, magari attraverso gli occhi di un altro, il signor Autore.
In questo modo, si esce per un poco fuori di sè, dimenticando i problemi e gli assilli mondani per calarsi in un altrove sovente straniero e sconosciuto.
E questo altrove miracolosamente calma e lenisce.
Si, avete letto bene, ma nel vostro cuore di lettori lo avete sempre saputo: il libro guarisce.

Ne sa qualcosa oggi lo scrittore turco Orhan Pamuk che, nel suo saggio “Autore implicito” scrive che la letteratura gli è necessaria come un farmaco, come una medicina da prendere ogni giorno per soppravivere. Ma la medicina, è ovvio, deve essere buona.
“Un brano di romanzo forte, intenso e profondo, mi rende felice piu’ di tante altre cose” scrive Pamuk.

“Insegnare alla gente a leggere è un compito inutile e insieme arduo, perchè capire e apprezzare la letteratura è questione di temperamento e non di insegnamento; non vi sono manuali che insegnino la via per il Parnaso, e non non tutto quello che si può inegnare è degno di essere insegnato. Ma spiegare alla gente cosa non leggere è affare ben diverso, e io oso raccomandare questo come una missione”.
-Oscar Wilde-

Oscar Wilde fini in prigione, e si salvò l’anima con i pochi libri avuti a disposizione, scrivendo poi con il cuore esulcerato il suo testo piu autentico che è – La ballata del carcere di Reading -, a riprova del fatto che anche scrivere è altamente terapeutico e deriva perlopiu’ da un innato talento e da anni di buone letture. continua