292 – La poesia della neve

La neve è una poesia.
Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Arriva dal cielo, dalle mani di Dio.
Come una coperta silenziosa copre tutto.
Tutto diventa rallentato, leggero, pulito, immacolato.
Tutto ciò che era familiare scompare e il mondo sembra nuovo.
Una immensa pagina bianca su cui poter scrivere il proprio tempo.
La neve è bella, perché è bianca.
È bianca come nessuna altra cosa, quando è appena caduta in una mattina in montagna e il sole brilla nell’aria tersa.
Un candore ineguagliabile, che dona una sensazione di pulizia.
Ma, la neve può anche essere colorata: in una giornata di sole, con il cielo azzurro, assume tutte le tonalità dal bianco al blu; al tramonto si riveste di bellissimi colori caldi.
La magia della neve è di far incantare, di far perdere lo sguardo e il pensiero e portarli oltre i confini fisici, in uno straordinario mondo di sogno.

immagine: Central Park N.Y

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Il riso “come cucino io”

   Certi pomeriggi possiedono una delicata dolcezza, come crema di mandarino o malvasia.
E io li assaporo mossa da una golosità bambina.
Questa giornata è soltanto per me, un regalo che le mie mani porgono a me stessa.

Sono ormai le sei del pomeriggio e visto che, per pigrizia, non ho pranzato, decido di anticipare la cena.
La tovaglia di lino, i piatti di porcellana, le posate d’argento, i bicchieri di cristallo, aggiungo le candele, le accendo subito: mi è sempre piaciuto il profumo della cera che arde.
Mi compiaccio della mia opera, questa tavola così ben apparecchiata fa un certo effetto.

Sistemo su un carrello accanto al tavolo la frutta e la verdura che ho affettato un’oretta fa e decido di prepararmi del riso, mi mette sempre di buon umore e poi mi piacciono i chicchi: perline di fiume satinate, tintinnanti e solide, ma poi soffici al calore.

Prima o poi mi confezionerò un gioiello fatto tutto di riso e riderò molto se qualcuno oserà riderne.

Verso l’acqua nella pentola, la sistemo sul fornello, accendo il fuoco.
Chissà dove e quando comparirà la prima bollicina.
In effetti, siamo portati a pensare che, attraverso i procedimenti scientifici, tutto possa essere controllabile e prevedibile, ma ciò non è sempre vero.

Ad esempio, se in questo momento decidessi di lanciare un sasso contro la finestra del mio dirimpettaio (a parte il fatto che potrebbe risultare piuttosto imbarazzante spiegargli, poi, i motivi del mio gesto),
in ogni caso, se il vetro non dovesse infrangersi ma solo incrinarsi, formando la figura di una stella, in nessun modo io potrei prevedere quale sarebbe la sistemazione dei raggi.
Soprattutto se il vetro dovesse essere ben tenuto, liscio, omogeneo (cosa della quale dubito conoscendo il dirimpettaio, quasi quasi ci provo, faccio un bel lancio.

No, lascio perdere, quell’uomo, durante le riunioni di condominio è capace di arringare per tre ore di fila in stato di apnea, discutendo relativamente all’uso dei posti parcheggio. Desisto. Magari ci provo quando sono sicura che non è in casa).

Allo stesso modo, se scaldiamo dell’acqua in un tegame, sembra essere impossibile prevedere in quale punto, in quale istante, apparirà la prima bolla di vapore. Soprattutto se il recipiente è ben levigato e pulito.
Osservo la pentola, nulla, non riesco a scorgervi nessuna imperfezione. Questo significa che la prima bollicina apparirà senza avvisi, a sorpresa. Annuncerà se stessa apparendo. Nulla più.

Nessun segnale, nessuna avvisaglia, come per certi eventi che appaiono nella nostra vita improvvisi e ne modificano il corso.

Nessuna voce tonante ci chiama per nome dall’alto, nessun essere luminoso ci appare reggendo tra le mani la pergamena della profezia e se il vicino di casa bussa alla nostra porta è per chiedere in prestito un po’ di sale, non di certo per vaticinare.

A meno che non si possieda la fortuna di abitare accanto a una sibilla, nel qual caso, non appena questa accenni un timido bussare alla nostra porta per chiedere in prestito un po’ di burro, sarà assai ragionevole intrappolarla in una rete, legarla con una fune assai robusta e sequestrarla fino a quando non si sarà decisa a rispondere alle nostre domande…

Nell’attesa della sibilla e dell’ebollizione dell’acqua, preparo una macedonia.
È rutilante di colori, la sistemo in una grande coppa di cristallo trasparente e la appoggio in tavola, sembra così bella e felice sulla tovaglia bianchissima.
È come se pattinasse su un lago ghiacciato.
Quasi ho paura di disturbarla, sistemandola nella piccola coppa dalla quale mi servirò, per il momento la lascio lì, a esibirsi nelle sue evoluzioni.

Ecco la prima bollicina è comparsa, laggiù sul fondo, adesso in tante le fanno compagnia. Certamente giocano a rincorrersi.
Adesso le sfere di vapore sono più corpose, si sollevano per fuoriuscire, andare chissà dove, forse a rincorrersi giù in strada.

Ruoto la manovella, il fuoco è più basso e loro si acquietano.
Sommesse borbottano in una lingua sconosciuta, forse narrano ognuna la propria storia: vicende di fuoco, giochi, vapori, soste, accenni di veloci sortite, ripensamenti, legami che si stringono, si allentano, sovrappongono, si intrecciano.
Forse ognuna narra la nostra storia.

Verso il riso tra le sfere ciarliere e loro si nascondono non so dove.
Sistemo sul fuoco una padella con del burro, aggiungo la lattuga e i peperoni che ho tagliato in striscioline sottili sottili, allegre bandierine spensierate, per non farle sentire troppo sole aggiungo parecchi pezzetti di pomodoro, poi sale, pepe, zafferano.

Intanto il riso cuoce lento lento, vi aggiungo il sale.
Il burro fonde nella padella, mescolo mescolo mescolo.

Fuoco, acqua, vapore arioso, frutti della terra, mescolo mescolo mescolo, gli elementi si fondono, si confondono, ognuno cede all’altro un po’ del suo calore, un po’ del suo colore.
Mescolo mescolo mescolo.
Acqua che diviene aria, terra che si offre al fuoco.
Mescolo mescolo mescolo.
Il riso sobbolle, richiama attenzione.

Spengo il fuoco, scolo il riso, una nube di vapore raggiunge il mio viso, lo avvolge, i capelli si inumidiscono un po’, gli occhi osservano attraverso una tendina di velo, è un attimo, poi la nube raggiunge il soffitto, si allontana. Come vorrei sapere verso dove.
L’acqua bollente fugge dai fori del colino, un piccolo vortice, poi s’inabissa.

Vapore verso l’alto, acqua verso il basso, io sono il centro e il mediatore.

Sistemo il riso nel piatto da portata, le perline di fiume si stringono l’una all’altra, si incollano, il sodalizio è sancito.
Ora non vivono più ognuna per sé, sono parte del tutto.

Il crepitio della padella mi chiama, mescolo mescolo mescolo, ancora per un poco.
Un profumato calore si è diffuso tutt’intorno, mentre un raggio aranciato di sole filtra attraverso le tende e raggiunge il mio polso, il mio cuore batte più forte: ho un gioiello speciale, un bracciale di luce.
Mescolo mescolo mescolo.
Ha impiegato otto minuti per raggiungere la mia pelle e adesso già svanisce, si sposta più lontano.
Mescolo mescolo mescolo. Spengo.

♡ buon pranzo amici, Lisa♡ – oggi e molto triste! – ♡