E’ l’ingrediente essenziale della magia di ogni libro…

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“I libri sono i migliori compagni di viaggio.”

Come i libri, alcune persone si leggono tutte d’un fiato
e si dimenticano altrettanto rapidamente.
Di altre non vale la pena leggere neppure la prima pagina.
Poi ci sono quelle che le hai imparate a memoria eppure
ogni tanto le rileggi volentieri perchè sono così speciali
che temi ti possa essere sfuggito un particolare.

I libri mi piacciono perché non strillano,
sono silenziosi, eppure dicono un sacco di cose.
Danilo Pennone (da Confessioni di una mente criminale, Newton & Compton, 2008)

L’amore per i libri è una vera benedizione.
Tutti dobbiamo amare qualcosa, e io non conosco oggetti d’amore che ti ricambino meglio dei libri e un giardino.
Elizabeth von Arnim

Una felice e fresca fine settimana a voi… ❤ Elisa

Buon fine settimana con …

Dopo “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”
e il successo mondiale
“Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”,
una nuova splendida favola di Luis Sepúlveda
“Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà”

È dura per un cane lupo vivere alla catena, nel rimpianto della felice libertà conosciuta da cucciolo e nella nostalgia per tutto quel che ha perduto.
Uomini spregevoli lo hanno separato dal suo compagno Aukamañ, il bambino indio che è stato per lui come un fratello.
Per un cane cresciuto insieme ai mapuche, la Gente della Terra, è odioso il comportamento di chi non rispetta la natura e tutte le sue creature.
Ora la sua missione – quella che gli hanno assegnato gli uomini del branco – è dare la caccia a un misterioso fuggitivo, che si nasconde al di là del fiume.
Dove lo porterà la caccia?
Il destino è scritto nel nome, e questo cane ha un nome importante, che significa fedeltà: alla vita che non si può mai tradire e anche ai legami d’affetto che il tempo non può spezzare.
Luis Sepúlveda
Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà
Guanda, 2015, 112 pagine
10,00€

Riapre i battenti la storica libreria Rizzoli di New York

Riapre i battenti la storica libreria Rizzoli di New York
Rizzoli Bookstore,

la storica libreria aperta a New York nel 1964, sta per riaprire dopo la “drammatica” chiusura nell’aprile 2014, esattamente un anno fa.

I battenti riapriranno a giugno al 1133 Broadway, nel quartiere NoMad. Uno spazio di 465 metri quadrati, sulla strada, “in un edificio storico in pietra, mattoni, terracotta e la cui costruzione risale al 1896”.

L’estate scorsa, l’Ad di Rcs Libri Laura Donnini aveva dichiarato: “Per cinquanta e più anni la libreria Rizzoli di New York City ha attirato consumatori eruditi ed esigenti con volumi splendidamente realizzati che coprivano arte, design, interni, moda, così come letteratura, e importanti libri non-fiction.

Sulla base dei risultati di un’ampia ricerca di mercato condotta prima della riapertura del bookstore, ci aspettiamo che questo cliente – cittadino di New York o turista americano e internazionale che sia – possa abbracciare la versione del 21esimo secolo del suo bookstore preferito”.

fonte

libreria

Niente è per caso di R.Bach

Richard Bach è un autore a cui sono particolarmente legata, adoro il suo modo semplice di raccontare storie che, seppure semplici, portano con se vari spunti di riflessione e dei grossi insegnamenti.

E’ il caso anche di “Niente per caso”. Che Bach sia appassionato di volo è cosa risaputa, basta solo leggere il titolo di molti dei suoi libri, basta leggere la trama delle sue storie, riguardano per lo più racconti di viaggi, di aerei, di piloti.

Per Bach il volo è la sua vita, ma da ex pilota di aerei, da persona che ama volare e che ama gli aeroplani, da una persona che ha vissuto con passione il volo ci si può aspettare qualcosa di diverso? Credo proprio di no, le passioni fanno girare il mondo e rendono vive le persone, senza passione siamo grigi, piatti, siamo degli automi.

“Niente per caso” è il racconto di una estate trascorsa da Bach e i suoi compagni. E’ l’estate in cui insieme, in nome dei vecchi Circhi Volanti fanno volare su degli aerei che possono essere considerati d’epoca centinaia di persone.

Il susseguirsi dei vari punti in cui fanno sosta, il susseguirsi delle città, delle persone e delle situazioni rende chiaro che ogni luogo non è uguale al precedente e non lo sarà neanche nel successivo. E’ palese che ogni città reagisce all’arrivo di questi insoliti viandanti in modo diverso.

Ma dopo la metà del libro Bach inizia ad interrogarsi su alcuni quesiti e giunge alla conclusione che niente accade senza un motivo, il problema si pone quando questo ‘motivo’ non è chiaro e non si chiarisce nell’immediato.

Tra pag 167 e pag 169 è descritta una situazione che fa infuriare e fa dispiacere l’autore. Bach ama volare e trova inconcepibile che gli altri non comprendano la bellezza del volo o di quanto per lui sia importante. Il suo primo pensiero, quello arrabbiato, quando si rende conto che il suo entusiasmo per un volo all’ora del tramonto non è condiviso ma, sente una donna dire che non vola se non è costretta,  è questo :

“Quella povera gente non sapeva; con la loro prudenza si faceva sfuggire il paradiso”

Dopo di che Bach si alza in volo e ammira, insieme al suo biplano, quello stupendo tramonto; ma c’era qualcosa che l’aveva colpito fino in fondo, qualcosa che gli altri non erano in grado di capire, vuoi per interessi diversi vuoi perchè non avevano la sensibilità per comprendere cosa provava il pilota che gli offriva un volo in cambio di 3 dollari:

“Rimasi seduto, solo, per un intero minuto; non volevo parlare con nessuno né sentire nessuno né vedere nessuno. Sapevo che non avrei mai dimenticato quel volo, e volevo un minuto di silenzio per riporlo con cura nella mia memoria, perchè ci sarei tornato ancora molte volte, negli anni a venire.

Qualcuno disse piano, tra la folla: “Ha il coraggio di dieci uomini, a volare su quel vecchio catorcio”.
Mi venne voglia di piangere. Non capivano… io … non riuscivo … a farli … capire”

La gente non capiva quanto potesse essere bello ammirare un tramonto da un aereo in volo, quanto poteva essere ‘bello’ il ‘vecchio catorcio’; ma il punto principale era che le persone vedevano solo un vecchio aereo, un oggetto di ‘antiquariato’ mentre per Bach era un’estensione di se stesso, qualcosa con cui viveva in simbiosi e trovava doloroso rendersi conto che non solo non apprezzassero il biplano, ma che non riuscivano a comprendere quanto per lui fosse importante quel ‘catorcio’.

E poi c’è la conclusione della storia, la fine dell’estate, il biplano che si rompe e che Bach vede come se fosse morto; ma calcolando il tempo che impiega per sistemarlo e rimetterlo in funzione, forse è il caso di considerarlo in coma.

Morale della favola: niente avviene per caso e c’è sempre una lezione da imparare da ogni cosa che ci succede…

“La lezione che era stata così difficile da scoprire, e così difficile da imparare, diventò immediata e chiara e facile. La ragione dei problemi è la loro soluzione. Perché questa è la vera natura dell’uomo, andare oltre i limiti, provare la sua libertà. Non è la prova che abbiamo davanti, quella che determina chi siamo e cosa diventeremo, ma il modo in cui superiamo la prova, se buttiamo il cerino sul rottame o se, superandolo, passo dopo passo ci facciamo strada verso la libertà. “

“Il gabbiano Jonathan Livingston”,

 

Era di primo mattino,
e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato. A un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo Stormo. E in men che non si dica tutto lo Stormo Buona appetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava cosi una nuova dura giornata.
Ma lontano di là solo soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per suo conto: era il gabbiano Jonathan Livingston. Si trovava a una trentina di metri d’altezza: distese le zampette palmate, aderse il becco, si tese in uno sforzo doloroso per imprimere alle ali una torsione tale da consentirgli di volare lento. E infatti rallentò tanto che il vento divenne un fruscio lieve intorno a lui, tanto che il mare ristava immoto sotto le sue ali. Strinse gli occhi, si concentrò intensamente, trattenne il fiato, compì ancora uno sforzo per accrescere solo… d’un paio… di> centimetri… quella… penosa torsione e… D’un tratto gli si arruffano le penne, entra in stallo e precipita giù.
I gabbiani, lo sapete anche voi, non vacillano, non stallano mai. Stallare, scomporsi in volo, per loro è una vergogna, è un disonore.
Ma il gabbiano Jonathan Livingston – che faccia tosta, eccolo là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo e patapunf stalla di nuovo – no, non era un uccello come tanti.
La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.
(Tratto da:da “Il gabbiano Jonathan Livingston”, Richard Bach, 1970)

 

LEGGI anche

“Bach ci trasmette anche altri messaggi positivi: credere nelle nostre possibilità, avere fiducia in noi stessi, ma soprattutto essere artefici del nostro destino.” continua —->

Lovely Book Award 2014

Buon giorno con sorriso! Io avevo gia pronto un articolo su libri/lettura ma entrando nel blog, eccola la sorpresa!

Grazie ♡  a;
###VENEREISTERICA### per la nomination!!

libro-biografia-su-misura-definitivo-by-liu

 

Semplici le regole per cui occorre ringraziare chi ti ha nominato, inserire il logo dell’iniziativa, rispondere a 10 domande e nominare 7 blog.
I nominati gireranno le domande ad altri 7.

Queste sono le 10 domande ♪

1-Come scegli i libri da leggere? – Ti fai influenzare dalle recensioni?
2-Dove compri i libri: in libreria o online?
3-Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro oppure hai una scorta?
4-Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro?
5-Hai un autore e un genere preferito?
6-Quando è iniziata la tua passione per la lettura?
7-Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi insieme?

La mia RISPOSTA poi leggere QUI+risposto nel commenti sotto

Nomino:

crea la storia

###VENEREISTERICA###

Isabella ScottiLe parole dipinte di LisaViaggio per viandanti pazienti di Luna

Parole Pensieri Emozioni di Carlo Galli

Opionista per caso di Viola

Ilfilosottileblog di Rosy Libri nella mente di Alessandra

L’angolo dei libri bipolari di Suzy Meow

…  e buona lettura a tutti! – e una felice fine settimana  a voi! … Lisa

Capita …

 

Capita che ti svegli una mattina e, ancora avvolta nei tuoi sogni, ti siedi accanto a libri immensi e capisci che quelli sono il passo da compiere per avvicinarti sempre più al tuo sogno, ambizione, libertà. Chiamala come ti pare.

Capita, allora, che non t’importa più della dura salita, te ne infischi altamente del prezzo da pagare: paghi il pedaggio e ti lasci tutto alle spalle. Dritta verso l’orizzonte. E oltre.
Che non devi giustificare le tue scelte a nessuno soprattutto a chi ha la bocca cosparsa di fiele  e gli occhi verdi-invidia. A quelli proprio no.

Capita di recidere rapporti dove regna l’ingratitudine, ti scrolli di dosso le cattiverie nascoste della gente che credevi patteggiasse per te e invece era “il nemico”. La novità è che non dichiari “guerra”, semplicemente non te ne curi. Ti lasci scivolare tutto addosso indossando indifferenza.

Capita che ti guardi solo un attimo indietro e pensi a tutte le grandi possibilità che hai avuto, anche quelle sprecate, alle belle ed intense esperienze che hai vissuto, alle cose che hai imparato.
E allora prendi slancio dalla parola possibilità e ti lasci trascinare dalla sua forza impetuosa, perché sei tu a volerlo, finalmente. Come se ad ogni giro, ti dovessi ricordare cosa vuoi.

Possibilità che odorano di desideri.

Accadono cose nuove, cose belle, dentro e fuori di te, promesse si concretizzano, seppur nelle difficoltà, che fai troppo fatica a digerire, ma sai che servono.

Capita che osservi il tuo viso al mattino e ti accorgi che negli occhi qualcosa è mutato, in silenzio forse.
Guardi bene e proprio lì sulla spiaggia della tua anima osservi da protagonista la maturazione delle tue consapevolezze.
Torni in te e ti sorridi.

Oggi Shakespeare ti ha insegnato una cosa che non scorderai finché campi: “Quando la tua anima è pronta lo sono anche le cose”.
Ed è così, proprio così. Essenzialmente così.

E visto che e fine settimana … lascio un libro per voi!

Serena fine settimana a voi, Lisa♡


Uscirne vivi

Uscirne vivi e opera diAlice Munro edita da Einaudi, genere narrativa, data d’uscita 06/05/14.

Dear Life era il titolo originale in inglese di Uscirne vivi, raccolta di storie scritte dal Premio Nobel per la letteratura Alice Munro che racconta come sia possibile uscire, per l’appunto, dal dolore, perché la vita deve esserci cara.

Con tre storie di morte e una di vita la scrittrice canadese sottolinea come la sofferenza diventi nella vita uno stato, una necessità per non sentirsi in colpa, per non dover soccombere all’esistenza e a quel che di bello può donarci, malgrado tutto.

Essere tristi ci aiuta a conoscerci, a creare uno scarto tra noi e gli altri e questo traspare nelle tre bellissime storie di morte. Doree è distrutta per la morte dei figli, uccisi dal marito, Sally si sente in colpa per la perdita di suo figlio Alex e abbandona la vita borghese per diventare una mendicante e Nita, dopo la morte del compagno, sfugge a un criminale che per strada tenta di farle del male.

La Munro si sofferma su queste istantanee di dolore e le fotografa con realismo e lucidità. Sally ad un certo punto sembra ritrovare la sua strada e la sua quotidianità e il piacere di guardare il mondo, come un tratto di campagna in un certo periodo dell’anno o il tramonto nei primi giorni di autunno.

E allora ecco a chiedersi se può ancora sentire quella piccola felicità dopo la morte del figlio o se l’unica e assoluta necessità è quella del dolore. Perché anche se ci siamo promessi di non perdonarci certe cose poi ci si perdona tutto, si cede perché spesso fortunatamente la felicità è una necessità ancora più grande.

Alice Munro con Uscirne vivi racconta così ancora una volta il cuore degli uomini, in un modo talmente delicato e talmente inconsueto da lasciare il lettore abbagliato da tanta bellezza e da tanta verità.

La storia di vita è infatti quella della Munro stessa che in uno slancio autobiografico si racconta con un io malinconico che si rivede giovane in una strada lunga metafora della vita stessa. Uscirne vivi ci dice che la felicità costa, ma è possibile più del dolore.  -fonte-

Blog ♡ Racconti

 

TRATTO DAL LIBRO DI RACCONTI “DONNE NEL PARCO “
di Sara Rodolao
LILLY LA TUA ROSA E’ FIORITA
– PRIMO CAPITOLO –

Lilly

Quel paesino dell’entroterra ligure, sulle alture di Imperia, era piccolo, circondato da fasce prospere di ulivi; da orticelli e giardini e il crocchio di case, cui si addossava anche quella di Lilly, erano tutte intonacate di bianco.
Era, la sua casa, quasi incollata all’antica chiesetta, in stile tardo romanico che aveva, cosa insolita, la torre campanaria staccata dal suo nucleo.
Nei muri della torre, ogni anno, le rondini ritrovavano i loro nidi, al ritorno dal lungo viaggio dai paesi del sud: era un continuo, vorticoso volteggiare d’ali e di pettorali bianchi e l’armonia e la bellezza di quei voli intorno alla chiesa parevano togliere il respiro!
Quella piccola costruzione l’avevano comprata, Lilly e suo marito Arrigo, per passarvi, serenamente gli ultimi anni della loro vita. Una vita che, ormai, aveva più un passato che un futuro.  CONTINUA

 

 

“UNA MIA CARA AMICA, POETESSA,   MI DEDICO UN RACCONTO …” e io ho creato una copertina.

Che dite?  e bella?  Per la veritò ho creato un blog con tutti i suoi libri! ♡

 

 

L’arte di correre sotto la pioggia

 

L'arte di correre sotto la pioggia
La trama e le recensioni di L’arte di correre sotto la pioggia,romanzo di Garth Stein edito da Piemme.

Mi chiamo Enzo. Adoro guardare la TV, soprattutto i documentari del National Geographic, e sono ossessionato dai pollici opponibili. Amo il mio nome, lo stesso del grande Ferrari, anche se d’aspetto non gli assomiglio per niente.

Però, come lui, adoro le macchine. So tutto: i modelli, le scuderie, i piloti, le stagioni. Me lo ha insegnato Denny. Denny è come un fratello per me. Per sbarcare il lunario lavora in un’autofficina, ma in realtà è un pilota automobilistico, un asso, anche se per ora siamo in pochi a saperlo. Perché lui ha delle responsabilità: deve prendersi cura della sua famiglia e di me, perciò non può dedicarsi interamente alle gare. Eppure è un vero campione, l’unico che sappia correre in modo impeccabile sotto la pioggia. E, credetemi, è davvero difficile guidare quando c’è un tempo da cani: io me ne intendo. Tra noi è stato amore a prima vista. Ne abbiamo passate tante, negli anni che abbiamo trascorso insieme. Ci sono stati l’incontro con Eve, la nascita di Zoë, il processo per il suo affidamento. Ah, ho dimenticato di dirvi una cosa importante: sono il cane di Denny, e questa è la mia storia. A tratti esilarante e a tratti commovente, ma sempre tenerissimo e originale,

L’arte di correre sotto la pioggia offre uno sguardo unico sulle meraviglie e le assurdità della vita umana… come solo un cane può raccontarle. Un libro che tocca le corde più profonde dell’animo e che non può lasciare indifferenti.

fonte

Giornata Mondaile del Libro

Oggi è la #GiornataMondialedelLibro: così Twitter celebra la lettura

[FOTO] http://larep.it/1hiY4fE

La magia del Trovatore

La magia del Trovatore

Da pochi giorni trovate in libreria “La magia del Trovatore”, l’ultima opera della scrittrice inglese Philippa Pearce morta tre anni fa. Si tratta come sempre di un racconto adatto ai più piccoli, ma delizioso anche per i più grandicelli.

IL LIBRO
Tilli non si dà pace: la sua cagnolina Bess sembra svanita nel nulla.
Una mattina, in giardino, incontra uno strano ometto che dice di essere un Trovatore. Insieme si mettono a interrogare i possibili testimoni della scomparsa: le anziane signorine Gammer, che potrebbero aver visto Bess nel prato davanti a casa loro, una talpa stizzosa e un gatto che parla per indovinelli.
Ma poi Till comincia ad avere qualche sospetto: si può davvero fidare di quel misterioso Trovatore?

L’AUTRICE
Philippa Pearce è una delle scrittrici inglesi per ragazzi più note e amate del Novecento, è stata anche sceneggiatrice per la BBC e scrittrice freelance per la radio e per vari giornali. Con i suoi romanzi ha vinto numerosi premi.
E’ morta nel 2006.
La magia del Trovatore è la sua ultima opera, raccoglie molti dei temi e dei paesaggi che le erano cari.

mestiere di scrivere – inventare il mondo

Ecco un aforisma che bene si può affiancare ai discorsi fatti
sull’editoria e il mestiere di scrivere.”

È di John Ernst Steinbeck e trovo che queste parole siano particolarmente vere, almeno per chi aspira a vivere della sua scrittura.

Comunque… Giudicate voi!

La professione di scrivere libri
fa apparire le corse dei cavalli
un’attività solida, stabile.

(J.E. Steinbeck)

Vi segnalo un nuovo libro di Ferruccio Parazzoli: Inventare il mondo.
Teoria e pratica del racconto, Garzanti  (pp. 135, €14).
Un libro che, per chi ama scrivere, offre degli spunti molto interessanti.

L’autore immagina incontri con i grandi della letteratura, Dostoevskij, Kafka, Proust, e tanti altri, fino ad arrivare agli autori dei giorni nostri, come Moccia, Saviano, Pontiggia.

Questi incontri immaginari vogliono condurre il lettore alla scoperta della creazione letteraria, introdurlo nella dialettica mondo reale-mondo immaginario, cronaca- narrazione, realtà-linguaggio. Parazzoli affronta molti temi che interessano lo scrittore o aspirante tale, come il blocco della pagina bianca, il ritmo della narrazione, i generi letterari, l’uso dell’io narrante e la costruzione dei dialoghi.

Ma soprattutto si vuole mettere in luce quel concetto che oggi, nel mondo dell’editoria, si fatica a nominare o addirittura fa paura: l’ispirazione, “l’idea, piccola o immen­sa, da cui nasce un’opera letteraria scatta invece nel punto esatto in cui la linea orizzontale del­l’esperienza interseca quella verticale dell’arte. Per Pavese è il ronzio della mosca dentro a un bicchiere […]. Una parola out, che nes­suno osa più pronunciare, un moto sentimenta­le che ti spinge a scrivere e ti conduce dove vuo­le. Purché non sia il piccolo patema individua­le…”.

Perché ispirazione spesso non fa rima con editoria?

Perché, come Parazzoli ben sa, vista la sua lunga carriera in Mondadori, un libro si pubblica in base alle esigenze di mercato. “Oggi il direttore letterario è anche di­rettore editoriale: non giudica più sulla base del valore ma sulle richieste del marketing. Il suo giudizio non è letterario ma editoriale e attiene alla vendibilità e alle possibilità di essere visibili nei mass media. Così succede che piove sempre sul bagnato: i libri si pubblicano se danno la ga­ranzia di poter approdare alla televisione e quan­do si pubblicano si sa già che andranno sicura­mente in tv”.

Dura realtà da accettare per chi ancora crede nell’alto valore della parola stampata…

I ragazzi della via Pál

I ragazzi della via Pál (in ungherese A Pál utcai fiúk) è un romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár, pubblicato a puntate su una rivista nel 1907 e destinato agli adulti come denuncia della mancanza di spazi per il gioco dei ragazzi. È forse il più popolare romanzo ungherese, nonché uno dei più noti classici della letteratura per l’infanzia.

In Italia il romanzo è noto anche come I ragazzi della via Pal o I ragazzi della via Paal.
Quest’ultima versione è scorretta poiché nella lingua ungherese il grafema “á” equivale praticamente al fonema “a” della lingua italiana.

Trama:
A Budapest, un’area di terreno fabbricabile fra la via Pál e la segheria a vapore della via Mária è il quartier generale di una banda di ragazzi, studenti del ginnasio. Al comando di GiovanniBoka (János Boka) si schierano Geréb, Kolnay, Barabás, Csónakos, Csele, Weisz, Leszik, Richter e Nemecsek. Il solo Boka, saggio ed equilibrato, ha il grado di generale; tutti gli altri sono tenenti, sottotenenti e capitani, ad eccezione di Ernesto Nemecsek (Ernő Nemecsek), piccolo e delicato, che è l’unico soldato semplice.
L’area della via Pál fa gola a ragazzi più ricchi che giocano nell’Orto botanico, le Camicie rosse guidate da Franco Ats (Feri Áts), fiero avversario di Boka.
Egli ruba la bandiera a una delle fortezze dei ragazzi della via Pál. Boka, Nemecsek e Csónakos organizzano allora una spedizione per riprenderla nel campo nemico.
La spedizione è piena di colpi di scena e imprevisti. Nemecsek cade accidentalmente nel laghetto, e poi, per nascondersi dalle camicie rosse va nella vasca dei pesci rossi prendendosi un raffreddore. Poco dopo, con Boka, scopre il tradimento di Desiderio Gereb (Desző Geréb), che è invidioso di Boka perché questi lo ha sconfitto nell’elezione del comandante.
Nel gruppo è emersa però una sottostruttura: la Società dello Stucco, formata da tutti i componenti ad eccezione di Boka e Csónakos. Scoperti da un burbero professore del ginnasio, strenuo oppositore di qualsiasi associazione fra i ragazzi, e costretti a proseguire di nascosto, i membri della Società dello Stucco bandiscono Nemecsek, che è scappato. In realtà sta inseguendo Geréb, il quale col suo tradimento mette in pericolo l’organizzazione principale.
La salute di Nemecsek peggiora, ma il ragazzo, fedele al dovere, si reca di nascosto all’Orto botanico, dove non si trattiene dal dare una lezione di dignità a Geréb. Geréb si pente segretamente, ma non batte ciglio quando le Camicie rosse, pur impressionate dalle parole di Nemecsek, lo scaraventano nel laghetto per punizione anziché picchiarlo. Feri Acs lo ritiene infatti troppo debole; così facendo, però, aggrava ulteriormente le sue condizioni.
E solo quando le Camicie rosse muovono guerra ai ragazzi della via Pál che Geréb torna, mentre questi ultimi organizzano la difesa, e chiede perdono a Boka; il generale però rifiuta, lasciandolo in lacrime. Il signor Geréb, di fronte al pianto del figlio, gli chiede spiegazioni e si reca al campo, dove i membri della Società dello Stucco scaricano la responsabilità su Nemecsek. Ernő ormai sul punto di svenire fra le braccia di Boka, che lo riconduce a casa. Per sottrarre Geréb alle percosse di suo padre, Nemecsek ha taciuto la verità, negando il tradimento di Desiderio (Dezső) e prendendosi la colpa, ma è gravemente malato e viene messo a letto con la febbre altissima.
Mentre Boka predispone la trincea, le bombe di sabbia e le lance e illustra il piano definitivo della battaglia, arriva una lettera con la quale Geréb si dichiara apertamente pentito, e trasmette ai ragazzi di via Pál preziose informazioni sui nemici. Viene così riammesso nelle loro file.
Con uno stile emozionante Molnár descrive la guerra, che inizialmente avvantaggia le truppe di Boka. Ma la situazione precipita, e le Camicie rosse, che stanno per liberare tutti i prigionieri, sono sul punto di vincere. È allora che Nemecsek, scappato di casa nonostante la febbre, si getta su Franco Ats (Feri Áts), determinando la vittoria dei ragazzi della via Pál.
L’eroismo costa caro a Ernesto, che muore nel suo letto di polmonite, dopo uno straziante ultimo incontro con Boka ma senza ricevere le scuse dei membri finalmente pentiti della Società dello Stucco, che arrivano troppo tardi.
Boka, sconvolto, si reca al campo, e scopre che il proprietario del terreno di lì a poco vi costruirà un palazzo.
[….]

I nomi originali ungheresi dei ragazzi della via Pál sono talvolta tradotti, specie nelle edizioni meno recenti. Di seguito sono indicati alcuni di essi e i loro corrispondenti italiani (è rispettato l’uso ungherese della forma cognome + nome).

Forma ungherese
Boka János
Nemecsek Ernő
Geréb Dezső
Kolnay Pál
Áts Feri

Forma italiana
Giovanni Boka
Ernesto Nemecsek
Desiderio Geréb
Paolo Kolnay
Franco, Cecco o Ferruccio Áts

Nota:
Da notare che il nome Pál (Paolo) curiosamente non è tradotto nel titolo, come avviene nelle versioni in altre lingue del romanzo. Feri, invece, è il diminutivo del nome Ferenc (Francesco), lo stesso dell’autore.
Da ultimo si può ricordare un calembour sul quale Molnár gioca nel corso del romanzo: il cognome Csónakos, in ungherese, significa “barcaiolo”.

Ferenc Molnár, pseudonimo di Ferenc Neumann (Budapest, 12 gennaio 1878 – New York, 2 aprile 1952), è stato uno scrittore, drammaturgo e giornalista ungherese di origine ebraica; pubblicò diversi romanzi, novelle e drammi per il teatro. È l’autore del libro I ragazzi della via Pál, classico della letteratura per ragazzi, pubblicato nel 1907. Si trasferì negli Stati Uniti poco prima del secondo conflitto mondiale a causa dei pogrom, restandovi fino alla morte. La sua vita sentimentale – si sposò tre volte – fu parecchio tumultuosa, se non infelice.

La sua opera complessiva – ispirata ad autori come Luigi Pirandello, Oscar Wilde, George Bernard Shaw, ma dotata di un certo carattere personale – si distingue per un profondo senso critico verso i prepotenti e gli arroganti. Specialmente nei suoi lavori più conosciuti si denota – appena celata dietro dialoghi e situazioni non privi di humour – una accorata partecipazione alle vicende di figure umane oppresse da ingiustizie sociali.

Molnár ebbe ancora giovane una subitanea notorietà: dopo la pubblicazione del racconto Danubio blu (uscito nel 1902 con titolo differente), nel 1907 venne rappresentato il suo dramma Il diavolo (1907) e successivamente furono messe in scena altre sue commedie fra cui, nel 1909, il poema scenico Liliom e, nel 1925, Il cigno e Giochi al castello, meta-rappresentazione di uno spettacolo di attori.

Molte sue opere sono state adattate da celebri autori – fra cui Tom Stoppard, P. G. Wodehouse e Arthur Miller – sia per il cinema che per il teatro e la radio.
ricerca wikipedia

L solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi

L solitudine dei numeri primi

di Flavio Santi
“Più che lontani e scorbutici parenti, matematica e letteratura sono fratello e sorella, gelosi ognuno del proprio statuto, ma sempre disposti a confrontarsi e ‘giocare’ insieme.”

Una lunga storia
L’acclamato romanzo di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, ha dimostrato, se ce n’era bisogno, quanto stretti siano i rapporti tra matematica e letteratura. I due protagonisti del libro vengono paragonati ai numeri primi, divisibili solo per 1 e per se stessi, e questo aspetto modula tutta la storia. Dunque la matematica fornisce un immaginario e uno sviluppo coerenti per la trama.
Quella tra matematica e letteratura è una lunga storia che si perde nei secoli. A livello di immaginario collettivo l’affinità è data dal risultare discipline poco ‘utili’ (un grande matematico, Godfrey Hardy, ha scritto: “La vera matematica dei veri matematici […] è quasi totalmente inutile […]. Non è possibile giustificare la vita di nessun vero matematico professionista sulla base dell’utilità del suo lavoro”); ma con un forte legame, quasi metafisico, con la realtà più profonda e sostanziale (un altro celebre matematico, David Hilbert, ha affermato: “Un problema di teoria dei numeri è senza tempo come un’opera d’arte”). Lisa

dal web:
Fin dall’antichità il legame è molto stretto: si pensi al detto del sofista Protagor…

Fin dall’antichità il legame è molto stretto: si pensi al detto del sofista Protagora “L’uomo è misura [in gr. métron, nell’accezione matematica] di tutte le cose”; o al fatto che in latino il verso della metrica si chiami numerus. In tutta la letteratura antica, medievale e rinascimentale la matematica ha un valore altamente simbolico, che informa e plasma la struttura delle opere. Grande influenza ha la tradizione biblica (cfr. Sapienza, 11, 21: “ma Tu hai disposto ogni cosa in […] numero”). Il numero dunque “è un parametro qualitativo, non solo quantitativo” (Guglielmo Gorni). Gli esempi sono innumerevoli: i 9 libri delle Storie di Erodoto, come le nove Muse; i 12 libri dell’Eneide, metà esatta dei 24 omerici; o al contrario i 48 delle Dionisiache di Nonno, doppio esatto dei 24 omerici; Le nozze di Mercurio e Filologia di Marziano Capella con la struttura allegorica delle sette arti liberali (il libro VII è dedicato alla matematica), alla base del sistema artistico medievale del trivio e del quadrivio; Dante (le 100 cantiche della Divina Commedia, i 35 anni, i numeri 3, 5 e 7); Petrarca (le 366 poesie del Canzoniere); Boccaccio (il 10 che informa il Decameron, 10 novelle per 10 giorni, raccontate da 10 narratori).

Tradizione e gioco
Nella letteratura moderna questo uso simbolico della matematica va progressivamente perdendosi (resiste ancora nella letteratura barocca, ad es. i 20 libri dell’Adone di Marino, i virtuosismi metrici fatti di combinazioni numeriche), per lasciare il posto a un utilizzo più concreto ed empirico. L’associazione immediata va a una certa letteratura di genere: il giallo, dove l’investigatore di turno risolve l’omicidio con il ragionamento deduttivo di origine logico-matematica. Lo Sherlock Holmes di Conan Doyle, il Nero Wolfe di Rex Stout, l’Ellery Queen di Dannay-Lee, l’Hercule Poirot di Agatha Christie e molti altri sono i campioni di questo approccio. Ma tutto comincia a metà Ottocento coi racconti di Edgar Allan Poe, I delitti della Rue Morgue, Il mistero di Marie Rogêt, La lettera rubata e Lo scarabeo d’oro. Protagonista dei primi tre è il padre dei detective moderni, Auguste Dupin, che esalta la combinazione di capacità creativa e analitica: “egli è poeta e matematico. E come poeta e matematico, ha dovuto ragionare a dovere”. Nello Scarabeo d’oro invece si introduce la crittografia, che diventerà un classico del poliziesco: un metodo per nascondere i messaggi tramite diverse tecniche combinatorie.

Innovazione e retorica
I dati più interessanti, però, emergono quando la matematica non è semplice citazione o gioco, bensì diventa vero e proprio serbatoio di immagini, similitudini, metafore, riflessioni, insomma si fa retorica.
In Italia uno degli scrittori più attenti a tale aspetto è stato Leonardo Sinisgalli, ingegnere e poeta, che affronta il tema nella raccolta di saggi dall’eloquente titolo Furor mathematicus (1944), in cui fra l’altro sintetizza la poesia nel binomio a+bj “dove a e b sono quantità reali e j è il famoso operatore immaginario”. Un altro poeta molto sensibile è Andrea Zanzotto, che utilizza operazioni matematiche, simboli (a, b, →, ~), concetti più o meno complessi (insiemistica, Teoria del caos, ecc.).
Tra i prosatori italiani è Italo Calvino quello più interessato a utilizzare gli strumenti matematico-scientifici per fini espressivi, soprattutto nelle raccolte di racconti Cosmicomiche e Ti con zero. Il senso della sua operazione è chiaro in una frase come questa: “Le equazioni […] stanno già entrando a far parte del senso comune”. Molto sottile è il caso di Carlo Emilio Gadda, che declina la matematica dal punto di vista filosofico, attingendo da Leibniz concetti quali “rete di connessione”, mondo come “sistema di sistemi”.

Ma è soprattutto all’estero che troviamo gli esempi più articolati e coerenti.
In Francia Paul Valéry teorizza l’unione di matematica e arte nei saggi Introduzione al metodo di Leonardo e Eupalinos. Due correnti sono molto sensibili alla sfera matematica, ognuna a suo modo: i surrealisti di inizio Novecento (ad es. Breton e Char), affascinati dagli aspetti caotici dei numeri; i membri dell’Oulipo, l’Opificio di Letteratura Potenziale (ad es. Queneau e Perec), interessati, al contrario, alle caratteristiche normative e vincolanti della matematica. Esemplare è il romanzo di Perec La vita istruzioni per l’uso, ambientato in un edificio parigino dove si intrecciano molteplici storie attraversate da un filo rosso matematico, soprattutto la vicenda di Percival Bartlebooth.

Nel mondo anglosassone prevale la chiave postmoderna, dunque la contaminazione, spesso ironica, tra cultura umanistica e scientifica, con citazioni dotte, allusioni e rielaborazioni. Precursore può essere considerato Lewis Carroll (di professione proprio matematico) con i giochi logico-verbali di Alice nel paese delle meraviglie. Oggi uno dei maestri più acclamati è Thomas Pynchon, che in opere complesse come L’incanto del lotto 49, L’arcobaleno della gravità, Entropia e il recente Contro il giorno utilizza formule e nozioni matematiche (oltre che fisiche e scientifiche in generale) per esprimere la propria visione relativistica del mondo.

*Romanziere; professore di Composizione di testi in italiano all’Università di Como e Traduzione allo IULM di Milano.
http://www.treccani.it/Portale/

Nulla succede per caso

nulla succede

  Nulla succede per caso  di R. H. Hopcke

“Ogni rapporto è una specie di sincronicità: un evento unico in cui un incontro esterno di individui assume rilevanza emotiva, simbolica e trasformativa.

Molti degli eventi sincronistici.. mostrano che siamo collegati agli altri con legami molto più forti di quanto spesso non siamo in grado di riconoscere, e che ognuna delle coincidenze significative qui riportate conferma il concetto junghiano di inconscio collettivo, secondo cui ogni essere umano condivide a livello psicologico e spirituale un legame con tutti gli altri esseri umani.

Quasi fossimo personaggi di un intreccio, incontriamo spesso la persona o le persone che dobbiamo incontrare. In momenti di crisi o di grande apertura entra in scena per caso un personaggio che diventa per noi una delle figure principali nella storia della nostra esistenza: un coniuge, il nostro migliore amico, l’amore della nostra vita. In altri momenti, quando siamo soddisfatti di noi e della nostra esistenza, si manifestano dei legami che, quasi si trattasse di una forza della natura, sembrano destinati ad emergere.

In altri momenti ancora, quando per paura o per egoismo ci estraniamo dal mondo, gli eventi sincronistici attivano rapporti che ci ricordano con insistenza, ossessivamente, l’impossibilità di ignorare del tutto i nostri legami con gli altri. Quando si verificano eventi simili percepiamo più profondamente la storia che stiamo vivendo, la storia che dice: tu non sei solo.

L’amore è un desiderio primordiale degli esseri umani o, per usare un’espressione di Jung, una realtà archetipica. Poiché ricorriamo alle storie per dare significato e struttura agli eventi, è nelle nostre storie d’amore e di amicizia… che cogliamo una rilevanza unica. La sincronicià di coloro che amiamo, dunque, non risiede soltanto nelle incredibili circostanze in cui si sono formate le nostre storie d’amore, ma nel significato interiore che vediamo e viviamo in queste storie della nostra esistenza”. @Lisa