PER FAR RIFLETTERE LE PERSONE NEGATIVE

 

Una tempesta terribile si abbatté sul mare.
Lame affilate di vento gelido trafiggevano l’acqua e la sollevavano in ondate gigantesche che si abbattevano sulla spiaggia come colpi di maglio, o come vomeri d’acciaio.
Aravano il fondo marino scaraventando le piccole bestiole del fondo, i crostacei e i piccoli molluschi, a decine di metri dal bordo del mare.

Quando la tempesta passò, rapida come era arrivata, l’acqua si placò e si ritirò.
Ora la spiaggia era una distesa di fango in cui si contorcevano nell’agonia migliaia e migliaia di stelle marine.
Erano tante che la spiaggia sembrava colorata di rosa.
Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della costa.
Arrivarono anche troupe televisive per filmare lo strano fenomeno.
Le stelle marine erano quasi immobili. Stavano morendo.

Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c’era anche un bambino che fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle di mare.
Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente.

All’improvviso il bambino lasciò la mano del papà, si tolse le scarpe e le calze e corse sulla spiaggia.
Si chinò, raccolse con le piccole mani tre piccole stelle del mare e, sempre correndo, le portò nell’acqua.
Poi tornò indietro e ripeté l’operazione.
Dalla balaustra di cemento, un uomo lo chiamò: “Ma che fai ragazzino?”
“Ributto in mare le stelle marine.
Altrimenti muoiono tutte sulla spiaggia” – rispose il bambino senza smettere di correre.
“Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi certo salvarle tutte. Sono troppe!” – gridò l’uomo.
“E questo succede su centinaia di altre spiagge lungo la costa! Non puoi cambiare le cose!”

Il bambino sorrise, si chinò a raccogliere un’altra stella di mare e gettandola in acqua rispose: “Ho cambiato le cose per questa qui”.

L’uomo rimase un attimo in silenzio, poi si chinò, si tolse scarpe e calze e scese in spiaggia.
Cominciò a raccogliere stelle marine e a buttarle in acqua.
Un istante dopo scesero due ragazze ed erano in quattro a buttare stelle marine nell’acqua.
Qualche minuto dopo erano in cinquanta, poi cento, duecento, migliaia di persone che buttavano stelle di mare nell’acqua.

 fonte    immagine

Morale;

“Per cambiare il mondo basterebbe che qualcuno, anche piccolo, avesse il coraggio di incominciare.”

Hope & Faith- favole

Sono stanca di leggere la politica, islam, musulmani! Perdonatemi … Invece trovato questa bella favola, e mi e piaciuto tanto ❤ Buon inizio settima a tutti voi, Eisa

Hope & Faith

Il suo nome era Rabbia, era la più grande di tre fratelli.
Gli altri due più piccolini erano Rancore e Disperazione.
Vita difficile la loro, cresciuti soli, allontanati da tutti.

Non c’era un perché o almeno nessuno lo sapeva.

Erano orfani, non conoscevano altro che loro stessi, che messi insieme del resto incutevano un po’ di timore.

Se un giorno splendeva il sole sulle aiuole del parco centrale e loro sfilavano li dinanzi con incedere solenne quasi fosse una processione, ecco i fiori appassire con disperazione, ecco l’alzarsi di vortici d’aria con rancore ed infine ecco il cielo tingersi di nubi oscure e cariche di lampi e tuoni al passaggio della rabbia (che era la più grande, l’abbiamo detto) e per questo la più temibile perché da molti più anni sopportava l’infelice condizione.

Erano abituate da sempre al ritmo ripetitivo dei loro passi quando giungevano tra gli altri.

Forse, se solo l’avessero avuto avrebbero seguito il ritmo del loro cuore ma ne furono privi sin dalla nascita perché la mamma, a noi sconosciuta, fu rapita da Morte prima di subito e non poté quindi consegnarglielo.

Per questo erano animati da un sentimento, cupo, malvagio e distruttivo.

Non erano contenti sia ben chiaro ma era l’unica cosa che riuscivano a provare perché un giorno un’ ombra immensa, incappucciata tutta di nero andò da loro e gli diede tre pietre di lava nera dicendogli di metterla al posto del cuore visto che non ne avevano uno (si pensava fosse il demonio ma nessuno veramente sa).

Al posto del cuore solo pietra, da lì il declino: rabbia, rancore e disperazione si indurirono e chiusero sempre di più.

Impaurivano i passanti, incenerivano la terra, disseminavano il terrore.

Leggenda vuole che quelle poche persone che provarono ad avvicinarglisi vennero trascinate con forza e violenza nel baratro più profondo e distruttivo che sia mai esistito.

Questo accade perché chi conosce solo odio, ti fa precipitare con sé.

Rabbia, rancore e disperazione non arricchiscono ma privano.

Capitò anche a me.

Mi spogliarono di tutte le virtù e le qualità.

Mi resero niente.

Mi ritrovai nuda e tremante nel buio.

Disperazione mi avvolse con il suo abbraccio asfissiante e intanto mi domandavo perché, mi chiedevo se mai sarei tornata a vedere il sole e le aiuole ricoperte di fiori nei parchi della città.

Il trio però, da sempre isolato e allontanato dagli altri, guidato dai più vili sentimenti continuava a imprigionare vittime e a distruggere paesaggi.

Quando le cose peggiorarono e i tre cominciarono ad avanzare pretese di dominio universale la terra tremò: era il suo grido, esprimeva disapprovazione.

La natura ricevuto il messaggio chiamò a sé le virtù più importanti, così nel bel mezzo di un bosco verde e rigoglioso che brillava di un verde smeraldo accompagnato dallo scroscio della vicina sorgente eccoli sfilare con magnificenza.

Il primo ad avanzare fu Tempo, sa essere veloce se vuole ma soprattutto sa aspettare, per questo era molto amico con Pazienza, si conoscevano praticamente da quando erano ancora in fasce e arrivò subito dopo di lui.

Poi fu la volta di Forza, un omone grande e grosso, dalla statura potrebbe quasi spaventare se non fosse che poi ha quel viso pulito e candido da perenne adolescente che evidenzia la sua natura pacifica.

Forza era seguito da Equilibrio, un agile nanetto tutto zompettante, gli era necessario per non esagerare nei momenti in cui magari preso dall’emozione rischiava di non controllarsi.

Infine ecco lo squadrone che rabbia, rancore e disperazione dovevano ben temere: era la famiglia più potente che sia mai esistita.

La mamma Cuore e il papà Amore e poi la schiera di figli Bacio, Abbraccio, Tenerezza, Comprensione e Carezza.

C’erano poi nonna Fiducia e nonno Rispetto e infine le due zie zitelle Costanza e Speranza.

Loro erano tutto ciò di cui la terra che poco prima aveva tremato, necessitava.

Erano l’Esercito della Salvezza.

Così, avanzarono fieri e sicuri verso la grotta, umida e scura dimora del trio maledetto e con Forza moderata dall’Equilibrio e con Tempo aiutato da Pazienza e la famiglia detta del Nobile Sentimento lo scontro ebbe inizio.

Fu così che io e tanti altri riuscimmo di nuovo a sorridere.

Fu grazie al loro aiuto che le pietre di lava nera vennero finalmente sostituite da un cuore piccolo, piccolissimo proprio! Ma sarebbero cresciuti ben presto perché si sa l’amore vince sempre su tutto e finalmente sebbene la battaglia fu lunga e dolorosa alla fine Rabbia, Rancore e Disperazione decisero di arrendersi e di avere finalmente anche loro la possibilità di amare e essere amati.

Rabbia prese il nome di Felicità, Rancore volle chiamarsi Protezione e Disperazione mutò in Disponibilità.

I tre insieme decisero allora di partire per il mondo e piantare fiori ovunque.

Il fiore rappresenta l’individuo: entrambe infatti hanno bisogno di cure e amore.

Per ogni fiore i tre ponevano le mani a mo’di imposizione creando una cupola invisibile di protezione con la speranza che mai più nessun fiore e nessuna persona vengano più calpestati.
Fiaba di: Ilaria Proietti

Buon Solstizio d’estate

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Cari Amici   click here  Buon Solstizio d’estate.

Al solstizio d’estate, quando il sole raggiunge la sua massima inclinazione positiva rispetto all’equatore celeste, per poi riprendere il cammino inverso, comincia l’estate.

Tale giorno era considerato sacro nelle tradizioni precristiane ed ancora oggi viene celebrato dalla religiosità popolare con una festa che cade qualche giorno dopo il solstizio, il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la natività di San Giovanni Battista.

E nella festa di San Giovanni convergono i riti indoeuropei e celtici esaltanti i poteri della luce e del fuoco, delle acque e della terra feconda di erbe, di messi e di fiori.
Tali riti antichi permangono, differenziandosi in varie forme, nell’arco di duemila anni, benché la Chiesa ostinatamente abbia tentato di sradicarli, o perlomeno di renderli meno incompatibili con la solennità e si esauriscono soltanto con la sistematica repressione dei governanti laici dell’Italia unita: nelle zone rurali si mantengono tuttavia i riti più semplici e naturali, propri della società contadina e pastorale.
Tutte le leggende si basano su di un evento che accade nel cielo :
il 24 giugno il sole, che ha appena superato il punto del solstizio, comincia a decrescere, sia pure impercettibilmente, sull’orizzonte : insomma, noi crediamo che cominci l’estate, ma in realtà, da quel momento in poi, il sole comincia a calare, per dissolversi, al fine della sua corsa verso il basso, nelle brume invernali.

Sarà all’altro solstizio, quello invernale, che in realtà l’inverno, raggiunta la più lunga delle sue notti, comincerà a decrescere, per lasciar posto all’estate.

E’ così che avviene, da millenni, la corsa delle stagioni.
Nella notte della vigilia di San Giovanni, la notte più breve dell’anno, in tutte le campagne del Nord Europa l’attesa del sorgere del sole era (è ?) propiziata dai falò accesi sulle colline e sui monti, poiché da sempre, con il fuoco, si mettono in fuga le tenebre con le tenebre e con esse gli spiriti maligni, le streghe e i demoni vaganti nel cielo.

Attorno ai fuochi si danzava e si cantava, e nella notte magica avvenivano prodigi : le acque trovavano voci e parole cristalline, le fiamme disegnavano nell’aria scura promesse d’amore e di fortuna, il Male si dissolveva sconfitto dalla stessa forza di cui subiva alla fine la condanna la feroce Erodiade, la regina maledetta che ebbe in dono il capo mozzo del Battista.

Nella veglia, tra la notte e l’alba, i fiori bagnati di rugiada brillavano come segnali ; allo spuntar del sole si sceglievano e raccoglievano in mazzi per essere benedetti in chiesa dal sacerdote.

Bagnarsi nella rugiada o lavarsene almeno gli occhi al ritorno della luce era per i fedeli cristiani un gesto di purificazione prima di partecipare ai riti in chiesa.

La rugiada ricordava il battesimo impartito dal Battista nel Giordano, le erbe dei prati e dei boschi riproponevano l’austera penitenza di Giovanni nel deserto prima della sua missione di precursore del Messia.

Anche in Valsesia ritroviamo l’usanza dei falò, del lavacro con la rugiada e della benedizione in chiesa del mazzo di erbe e di fiori. Conservate gelosamente in casa, portate all’alpeggio in estate – verso il quale da molti paesi si partiva la stesso giorno del 24 di giugno – le erbe benedette riconsacravano la baita di montagna lasciata l’anno prima mantenendo tra le famiglie dei pastori un legame con la sacralità della festa e del rito d’inizio d’estate.

Al ritorno dall’alpe, quelle stesse erbe essiccate, unite ad un ramo di olivo e ad uno di ginepro, venivano bruciate nella stalla a protezione degli animali.
Non a caso, dunque, il precursore di Cristo, rappresentato con l’Agnello mistico e vestito da eremita, pastore del deserto, fu assunto dai pastori come patrono privilegiato fino dai primi secoli cristiani.

IL rito della benedizione dei “fiori di San Giovanni”, erbe benefiche e medicine medievali per curare il corpo ed evitare il malocchio, per proteggere la casa e gli animali domestici era assai diffuso in Valsesia, fino a pochi decenni fa.

Ma ancora adesso, a Rossa, piccolo paese della Val Sermenza, valle minore della Valsesia, il parroco di Boccioleto, Don Luigi, mi ha raccontato che i fedeli richiedono la preghiera “magica”, quella che proteggerà dai mali i raccolti.
E la richiederebbero anche ad Oro di Mezzo, frazione di Boccioleto, se non fosse che non ci sono più anime a popolare la piccola frazione.

Tutti se ne sono andati, ormai.
Rimangono le montagne, immobili, maestose, gravide di leggende di cui nessuno ricorda più la trama, e tanto meno il significato.

E rimane, l’antica, suggestiva preghiera che un anno dopo l’altro, un secolo dopo l’altro, ha convinto di aiuto e pietà generazioni di donne e ancora adesso, in questo mondo impazzito, in un piccolo paese nascosto tra le montagne, raccoglie le donne lì giunte in processione a chiedere aiuto e pietà ad un Dio di cui si prega l’ascolto :

“Dio onnipotente ed eterno, che hai santificato nell’utero di tua madre il beato Giovanni Battista, e nel deserto hai voluto nutrirlo di erbe, di radici e di locuste silvestri, degnati di benedire questi rami, i fiori e le nuove biade, i frutti e le erbe che i popoli raccolgono, affinché siano una medicina per tutte le anime e per i corpi.

Dio, che in principio hai creato tutte le cose con la Tua onnipotenza e ad esse hai assegnato una forza, degnati di benedire questo insieme di erbe e di fiori, affinché tutti quelli che li portano con sé o li conservano nelle loro case, siano liberati da ogni inganno diabolico.

Dio onnipotente ed eterno, che ti sei degnato di nutrire nelle grotte del deserto il beato Giovanni Battista di locuste e di miele selvatico, degnati pure, Signore, di benedire e di santificare questi fiori oggi preparati in onore al Tuo nome, affinché a tutti quelli che li portano in mano o li conservano nelle loro abitazioni, siano di protezione per i corpi e per le loro anime e di medicina per tutte le malattie.

Dio onnipotente ed eterno, creatore di tutte le cose per l’utilità del genere umano degnati di benedire e di santificare queste creature di erbe e di fiori, affinché tutti quelli che da esse ne abbiano presi alcuni e li abbiano portati con sé ricevano la guarigione tanto del corpo come dell’anima, e affinché per propria forza, e in onore di Tuo Figlio e Nostro Signore e in onore del beato Giovanni Battista siano nuovamente beati e santificati e abbiano potere contro le tenebre, le nubi e le malignità delle tempeste e contro le incursioni dei demoni”

Ed ancora le donne si recano in processione, recando con loro i fiori da benedire.

I fiori di San Giovanni, dunque :
l’artemisia, l’arnica ;
le bacche rosso fuoco del ribes ;
la verbena, della quale è credenza diffusa che, colta a mezzanotte della vigilia di San Giovanni, costituisca un’infallibile protezione contro i fulmini, ed è conosciuta in Bretagna come “erba della croce”, perché si ritiene che protegga chi la porta con sé da qualsiasi male ed anche come “erba della doppia vista” perché il berne un infuso facilita la visione di realtà altrimenti nascoste.
E l’erica, la pianticella sottile.
L’erica è un fiore delle nevi e dei terreni poveri ed ostili. Infatti, il suo nome deriva dal verbo greco “ereiko”, spezzo, rompo, proprio perché l’erica è più forte della dura crosta di terra invernale o della neve che la ricopre, tant’è che la buca senza fatica, emergendo all’aria aperta.
I fiori dell’erica, che vanno dal bianco alle varie tonalità di rosa, assomigliano, rovesciati, ai copricapi degli elfi.

Della stessa famiglia dell’erica è un’altra pianticella, detta brugo (cognome assai diffuso nei paesi ai piedi delle nostre montagne, e davvero molto a Romagnano Sesia), da brucus, termine tardolatino di origine celtica, da cui deriva il termine brughiera, poiché in questa terra povera e arida la pianticella riesce a vivere meglio di altre, coprendo immense distese.

L’erica, dal nome più romantico, era tenuta in grande considerazione fin dall’antichità, tanto da essere utilizzata per costruire le scope che sarebbero servite a pulire i templi degli Dei, e successivamente, in tempi più severi, il forno dove cuocere il pane.
L’utilizzo dell’erica per costruire scope era così diffuso che, in alcune regioni, l’erica stessa viene chiamata scopa e ancora oggi, alcune località soprattutto della Toscana, dove l’erica ricopre a distesa campi e colline, vengono chiamate Scopeto, Poggio delle Scope, Pian di Sco’.
Stessa origine dovrebbero avere i paesi di Scopa e Scopello, della nostra Valsesia.

Erbario

Le leggende associano spesso l’erica alle Entità Fatate, facendole dimorare fra i suoi rami e sconsigliando di
sdraiarsi a dormire fra queste piantine, per non correre il rischio di essere rapiti dal mondo delle fate.

Di contro, era possibile accedere ai segreti dell’Aldilà, semplicemente dormendo su un letto di erica, che è anche spesso giaciglio degli amanti in numerose leggende.

E l’erica è posta a guardia del solstizio d’estate, periodo nel quale raggiunge la fioritura più completa.
Usanza derivante probabilmente dal mondo celtico, dove l’erica è collegata sia all’Aldilà sia all’amore : le api, simbolo di saggezza segreta che proviene dall’Altromondo, sono particolarmente ghiotte dei fiori di questa piantina e producono così un miele squisito, da sempre legato a riti e significati di immortalità e di rinascita.

E ancora, tipico della notte di San Giovanni, il raro, misterioso fiore della felce che cresce nella notte magica, e si dice fiorisca a mezzanotte.

La storia relativa ai fiori magici è interessante, ed è frutto di credenze molto diffuse.

In Boemia, ad esempio, si crede che il fiore della felce risplenda come l’oro, o come il fuoco, nella notte di San Giovanni : chiunque lo possieda in questa magica notte, e salga una montagna tenendolo in mano, scoprirà una vena d’oro, e vedrà brillare di fiamma azzurra i tesori della terra.

In Russia, i contadini raccontano che chi riesce ad impadronirsi del meraviglioso fiore nella vigilia di San Giovanni, se lo getta in aria, lo vedrà ricadere per terra nel punto preciso dove è nascosto un tesoro.
Pare che questo fiore fiorisca improvvisamente, talvolta, a mezzanotte precisa della magica notte del solstizio d’estate ; e, sempre in Russia si racconta che chi abbia la fortuna di cogliere l’istante di quella fioritura improvvisa, potrà nello stesso tempo assistere a tanti altri spettacoli meravigliosi : gli sarebbero apparsi tre soli, e una luce avrebbe illuminato a giorno la foresta, e avrebbe udito un coro di risa, ed una voce femminile chiamarlo.

IL fortunato a cui accade tutto questo non deve spaventarsi : se riesce a conservare la calma, raggiungerà la conoscenza di tutto ciò che sta succedendo o succederà nel mondo.
Anche se resta da vedere se quest’ultima sia una buona magia.

Ma anche il seme della felce, che si vuole risplenda come oro nella notte di San Giovanni, non diversamente che dal magico fiore, farebbe scoprire i tesori nascosti nella terra : i contadini del Tirolo credono che alla vigilia di San Giovanni si possano veder brillare come fiamme i tesori nascosti e che il seme della felce raccolto in questa mistica notte possa portare alla superficie l’oro celato nelle viscere della terra.

Nel cantone svizzero di Friburgo, il popolo usava un tempo vegliare vicino ad una felce la notte di San Giovanni, nella speranza di guadagnare il tesoro che qualche volta il diavolo in persona portava loro.

Un altro fiore, questo facilmente rintracciabile e che appare d’oro anche ad occhio nudo, è legato nella memoria popolare al solstizio d’estate.
La densità della sua fioritura è tale da risaltare sulle grandi distese, come una gran macchia di colore giallo oro misto a rame ; i fiori infatti, così numerosi e brillanti, durano poco, un giorno soltanto, e subito appassiscono e assumono un colore rosso ruggine.

Si tratta dell’iperico, un fiore dei campi che è detto erba di San Giovanni, perché anticamente chi si trovava per strada la notte della vigilia, quando le streghe si recavano a frotte verso il luogo del convegno annuale, se ne proteggeva infilandoselo sotto la camicia insieme con altre erbe, dall’aglio, all’artemisia, alla ruta.
IL suo stretto legame col Battista sarebbe testimoniato dai petali che, strofinati tra le dita, le macchiano di rosso perché contengono un succo detto per il suo colore “sangue di San Giovanni”.

E’ davvero difficile risalire alla motivazione di questo accostamento – perché il Battista e non un altro martire ? – se non forse il fatto che l’iperico è un fiore che si accontenta di poco, per sopravvivere, e vive anche nei climi desertici, come fece un tempo Giovanni il Battista.

Nelle leggende si parla anche di un ‘erba piccolissima e sconosciuta, detta Erba dello Smarrimento.
Si dice che essa venisse seminata dalle Fate e dai Folletti nei luoghi da loro frequentati e, calpestata, avrebbe allontanato dalla retta via il malcapitato.

A questa leggenda si intreccia quella, di origine tedesca ma alquanto diffusa nel biellese, che, se taluno passa vicino alla magica fioritura della felce, nella notte di San Giovanni, senza raccogliere il seme che la pianta lascia cadere, sarà condannato a smarrirsi per via, anche se percorre strade a lui note.

Altrettanto conosciuta era l’Erba Lucente, che consentiva, se portata sul corpo, di vedere la verità delle cose senza mascheramenti o inganni.
Poiché quest’erba era invisibile agli uomini, ma non ai bovini domestici, la si poteva raccogliere solo seguendo un vitello al suo primo pascolo, oppure le mandrie, nella notte di San Giovanni.
Si raccontava infatti che in quelle occasioni i bovini mangiassero solo quell’erba, dando così la possibilità a chi proprio lo desiderava di individuarla.

Le vecchie storie non tramandano cosa accadesse agli incauti che ci riuscivano, cui da allora, conoscendo ogni verità, era negata la possibilità dell’illusione.

Anche in Valsesia, come abbiamo già detto, ritroviamo l’usanza dei falò, del lavacro con la rugiada e della benedizione in chiesa del mazzo di erbe e di fiori.

Conservate gelosamente in casa, portate all’alpeggio in estate – verso il quale da molti paesi si partiva la stesso giorno del 24 di giugno – le erbe benedette riconsacravano la baita di montagna lasciata l’anno prima mantenendo tra le famiglie dei pastori un legame con la sacralità della festa e del rito d’inizio d’estate.

Al ritorno dall’alpe, quelle stesse erbe essiccate, unite ad un ramo di olivo e ad uno di ginepro, venivano bruciate nella stalla a protezione degli animali.

Non a caso, dunque, il precursore di Cristo, rappresentato con l’Agnello mistico e vestito da eremita, pastore del deserto, fu assunto dai pastori come patrono privilegiato fino dai primi secoli cristiani.

Tradizioni senza senso e senza età, usanze che si sono tramandate nel tempo ma che, alla fin fine, celano delle loro verità evanescenti ed eteree…

303 – QUANDO DIO CREO’ IL PAPA

Quando Dio creò il papà cominciò disegnando una

sagoma piuttosto robusta e alta.

Una angelo che svolazzava sbirciò sul foglio e si
fermò incuriosito.

Dio si girò e l’angelo “scoperto” arrossendo gli
chiese

“Cosa stai disegnando?”.

Dio rispose “Questo è un grande progetto”.

L’angelo annuì e chiese “Che nome gli hai dato?”.

“L’ho chiamato papà” rispose Dio continuando a
disegnare lo schizzo del papà sul foglio.

Papà….” pronunciò l’angelo “E a cosa servirebbe un
papà?” chiese l’angioletto accarezzandosi le piume
di un’ala.

“Un papà” spiegò Dio “Serve per dare aiuto ai
propri figli, saprà incoraggiarli nei momenti
difficili, saprà coccolarli quando si sentono tristi,
giocherà con loro quando tornerà dal lavoro, saprà
educarli insegnando cosa è giusto e cosa no.”

Dio lavorò tutta la notte dando al padre una voce
ferma e autorevole, e disegnò ad uno ad uno ogni
lineamento.

L’angelo che si era addormentato accanto a Dio, si
svegliò di soprassalto e girandosi vide Dio che
ancora stava disegnando.

“Stai ancora lavorando al progetto del papà?” chiese
curioso.

“Sì” rispose Dio con voce dolce e calma “Richiede
tempo”.

L’angelo sbirciò ancora una volta sul foglio e disse
“Ma non ti sembra troppo grosso questo papà se poi
i bambini li hai fatti così piccoli?”

Dio abbozzando un sorriso rispose: “E’ della
grandezza giusta per farli sentire protetti e incutere
quel po’ di timore perchè non se ne approfittino
troppo e lo ascoltino quando insegnerà loro ad
essere onesti e rispettosi”.

L’ angelo proseguì con un’altra domanda: “Non sono
troppo grosse quelle mani?”.

No”, rispose Dio continuando il suo disegno “Sono
grandi abbastanza per poterli prendere tra le braccia
e farli sentire al sicuro”.

“E quelli sono i suoi occhi?” chiese ancora
l’angioletto indicandoli sul disegno.

“Esatto”, rispose Dio “Occhi che vedono e si
accorgono di tutto pur rimanendo calmi e
tolleranti”.

L’angelo storse il nasino e aggiunse “Non ti
sembrano un po’ troppo severi?”.

“Guardali meglio” rispose Dio.

Fu allora che l’angioletto si accorse che gli occhi del
papà erano velati di lacrime mentre guardava con
orgoglio e tenerezza il suo piccolo bambino.

 

La leggenda delle mandorle

290 – Buon giorno con una favoletta

La leggenda delle mandorle

Molto tempo fa c’era una nobile fanciulla di rara bellezza che fu costretta ad avventurarsi nell’immensità del mare con un gruppo di marinai fidati, per sfuggire alla collera di un vecchio gentiluomo che voleva prenderla in sposa e non accettava di essere stato rifiutato dalla fanciulla.

Portava con sé un piccolo tesoro: pianticelle di mandorli,
e sacchi colmi dello stesso frutto che le piante adulte producevano d’estate: in quel tempo i mandorli erano considerati alberi benedetti dagli dei, sui suoi ramoscelli sbocciavano fiori candidi che mutavano in piccoli frutti la cui dolcezza metteva pace tra cielo e terra.

Navigarono per molto tempo e scampando alle burrasche, approdarono su un’isola meravigliosa, ricca di colori e di profumi.


La fanciulla fu accolta con calore dagli isolani che la ricoprirono di doni e la fanciulla per ripagare l’ospitalità, aveva donato in cambio agli isolani le pianticelle dei mandorli a loro sconosciute e i sacchi traboccanti dei frutti che producevano da adulte: le mandorle.
Gli abitanti dell’isola trovarono quel regalo molto prezioso e piantarono subito gli alberelli nella loro valle, tra i solchi di quella terra fertile e assolata, aspettando con ansia la primavera, per vedere il prodigio di cui parlava la fanciulla arrivata dal mare.

Le pianticelle attecchirono e qualche anno dopo sui rami cominciarono a sbocciare fiori bianchi e rosati dal profumo intenso che, quasi per magia, d’estate si trasformavano in piccoli frutti che sotto la durezza del guscio celavano un’anima tenera e dolce.

I mandorli fiorivano in gennaio, quando nella valle gli altri alberi da frutto battevano ancora i denti per il freddo nei campi irrorati dalla brina, annunciando molto in anticipo l’arrivo della primavera: quel luogo ancora oggi è conosciuto come la Valle dei Mandorli

Fu così che si diffusero in altre terre vicine e lontane, annunciate dalla reputazione di frutti ricchi e pregiati: si narrava che le mandorle fossero magiche e nel segreto dei loro gusci si nascondessero doni da fare meraviglia ai regnanti.

Per questo le mandorle furono destinate ad abitare nel cuore dei confetti, addolcendo gli eventi gioiosi degli esseri umani.

 Buon Lunedì mondo di amici con questa delizioso racconto di Sara Rodolao

Nota / appena finito di leggere il blog di Manu  Una Favola in TavolaLa Mandorla

Virtù e bontà di questo pianta stupenda. ve lo consiglio   ❤

Un caldo abbraccio a voi, Amici e Viandante, visto il freddo che ce! 🙂 Elisa

263 – IL MONACO, L’ALLIEVO E L’ASINELLO

Tanto tempo fa un santo monaco aveva con sé un allievo, un ragazzo molto attento e ubbidiente.
Un giorno lo chiama e gli dice: «Vai a prendere l’asino e andiamo in città».

Il giovane prende l’asino, aiuta l’anziano monaco a salirvi e si avviano verso la città, il monaco in groppa all’asino e il ragazzo a piedi.
Alla prima svolta incontrano un gruppo di persone.
Qualcuno, naturalmente, ha qualcosa da ridire: «Ma guarda quanto è infingardo quel vecchio monaco: lui a cavallo, e quel povero ragazzo così gracile e delicato lasciato a piedi!»

Il vecchio monaco, appena udite queste parole, scende dall’asino, vi fa salire il ragazzo e tutti e tre si rimettono in cammino. Poco più avanti incontrano altre persone: «Oh, guarda cosa si deve vedere.

Un giovane sano e robusto a cavallo e un povero vecchio a piedi.
Non c’è più rispetto, non c’è più carità».

A queste parole il ragazzo salta giù dall’asino, aiuta l’anziano monaco a salirvi di nuovo, risale anche lui e proseguono verso la città.
Strada facendo, altra gente, altri commenti: «Guarda quella povera bestia!

Fra poco morirà stremata, sotto il peso di quei due fannulloni!
Ci vorrebbe almeno un po’ di pietà».

Il santo monaco e il ragazzo, allora, scendono in silenzio e proseguono il cammino a piedi. Ma qualcuno non è ancora soddisfatto: «Guardate, guardate…
S’è vista mai una cosa più sciocca?
Quei due hanno l’asino, e vanno a piedi!».
A questo punto l’anziano monaco dice al ragazzo: «Torniamo a casa».

Strada facendo gli spiega: «Hai capito la lezione, figliolo?
Per quanto ti sforzerai di assecondare gli altri, ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa da ridire.
E allora tu impara a tirar diritto per la tua strada e a non prestare ascolto alle chiacchiere della gente».

Notte serena amici ❤ ELisa

fonte

262 – UN ALBERO NELLA CASA

Un giorno un cerbiatto, rimasto senza famiglia, arrivò al limite del bosco e vide che proprio là c’era una casa, col tetto coperto di neve e le finestre illuminate.
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Dalle finestre si vedevano un bimbo e una bimba che giocavano ridendo come matti. C’erano candele sul camino agghindato con dei fiocchi rossi e in un angolo c’era un abete pieno di festoni e palle luccicanti.

“Che strano” – pensò il cerbiatto –“Con tutti gli alberi che ci sono qui fuori, che bisogno c’è di tenerne uno in casa?”.

I bimbi erano felici e c’erano anche degli adulti che gironzolavano quieti.
Sembravano tutti aspettare qualcosa e visto che tutti erano tranquilli, il cerbiatto pensò che fosse normale per gli esseri umani avere gli alberi dentro casa.
Così pensando se ne tornò nel bosco in cerca di qualcosa da mangiare prima che diventasse troppo buio.
Più tardi, al cerbiatto tornò in mente quella casa per le cose strane che conteneva.


Piano piano si avvicinò alla radura, era tutto silenzioso.
Il cerbiatto vide da lontano la casa come una stella cometa che guidava il suo cammino. Quando fu vicinissimo osservò, attraverso le finestre, una scena dolcissima: i bimbi sedevano ciascuno sulle ginocchia di un genitore, mentre la mamma leggeva una storia da un libro e l’albero in casa sfavillava di mille luci e le candele rosse accese sembravano salutarlo con la fiamma.
Fu talmente rapito dalla scena che non fece attenzione a dove metteva i piedi e – Clang! Sbadabum! Spam! – inciampò in un secchio di metallo.
Insomma, un gran disastro.
Il cerbiatto rimase impigliato con le zampe nel secchio.
Il papà uscì con un bastone. Il cerbiatto si fece piccolo, ma per quanto si sforzò era pur sempre un animale impigliato e stordito.
Ogni volta che si muoveva faceva Clang! Clang! Clang!
Allora il papà si avvicinò e, dopo averlo liberato dal secchio, lo tenne tra le sue braccia mentre lui tremava come una foglia.
L’uomo diede una voce ai bimbi e alla mamma che uscirono e fu come se il calore e l’armonia presenti nella casa avvolgessero il cortile e il cerbiatto.
I bimbi, contentissimi, si avvicinarono all’animale.
Lo vollero tenere con sé almeno per quella notte.
Il papà costruì un riparo di fortuna nella stalla e la mamma portò cibo e acqua a sufficienza, mentre i bimbi continuavano a saltellare lì intorno felici di avere una ragione in più per non andare a dormire.

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Il cerbiatto pensò all’albero addobbato in casa: ora che non era più solo quella stranezza gli sembrava persino bella.

fonte

Notte serena amici … ❤ ELisa

259 – LA STORIA DEGLI ANGELI

Il mistero del Natale è legato all’attesa,all’esperienza del tempo necessario affinché le forze di vita e di luce afferrino e trasformino tutta la creazione.

I bambini portano in sé l’avvenire: hanno bisogno di sentire la presenza spirituale del Signore, di credere alla possibilità della sua nascita nella loro anima.

Ecco perché preparare l’esperienza del Natale con i bambini è una cosa infinitamente seria.

Ai genitori non serve riaccendere nei loro bambini una sentimentalità desueta, lontana, o difingere di credere a Babbo Natale: servono sentimenti forti e autentici.

I consigli, i racconti e le storie di questo libro ci accompagnano nel lungo periodo d’Avvento,settimana dopo settimana, e incoraggiano ciascuno a trovare la propria via verso il Natale e a creare le forme più adatte per coronare la nascita del Bambino Gesù.

Festeggiare l’avvento
di Soline e Pierre Lienhard
Fior di Pesco Edizioni
14,00 €
Edizione: Fior di Pesco Edizioni
Pagine: 64
Autore: Soline e Pierre Lienhard

LA STORIA DEGLI ANGELI DELL’AVVENTO

Gli angeli dell’Avvento sono quattro, proprio come le quattro settimane che preparano al Natale.

Vengono in visita sulla Terra, indossando abiti di un colore diverso, ciascuno dei quali rappresenta una particolare qualità.

L’angelo blu.
Durante la prima settimana, un grande angelo discende dal cielo per invitare gli uomini a prepararsi per il Natale.
E’ vestito con un grande mantello blu, intessuto di silenzio e di pace. Il blu del suo mantello rappresenta appunto il silenzio e il raccoglimento.

L’angelo rosso.
Durante la seconda settimana, un angelo con il mantello rosso scende dal cielo, portando con la mano sinistra un cesto vuoto. Il cesto è intessuto di raggi di sole e può contenere soltanto ciò che è leggero e delicato.
L’angelo rosso passa su tutte le case e cerca, guarda nel cuore di tutti gli uomini, per vedere se trova un po’ di amore…
Se lo trova, lo prende e lo mette nel cesto e lo porta in alto, in cielo.
E lassù, le anime di tutti quelli che sono sepolti in Terra e tutti gli angeli prendono questo amore e ne fanno luce per le stelle.
Il rosso del suo mantello rappresenta l’amore.

L’angelo bianco.
Nella terza settimana, un angelo bianco e luminoso discende sulla Terra. Tiene nella mano destra un raggio di sole.
Va verso gli uomini che conservano in cuore l’amore e li tocca con il suo raggio di luce. Essi si sentono felici perché nell’Inverno freddo e buio, sono rischiarati ed illuminati.
Il sole brilla nei loro occhi, avvolge le loro mani, i loro piedi e tutto il corpo. Anche i più poveri e gli umili sono così trasformati ed assomigliano agli angeli, perché hanno l’amore nel cuore. Soltanto coloro che hanno l’amore nel cuore possono vedere l’angelo bianco.
Il bianco è il simbolo della luce e brilla nel cuore di chi crede.

L’angelo viola.
Nella quarta e ultima settimana di Avvento, appare in cielo un angelo con il mantello viola.
L’angelo viola passa su tutta la Terra tenendo con il braccio sinistro una cetra d’oro. Manca poco all’arrivo del Signore.
Il colore viola è formato dall’unione del blu e del rosso, quindi il suo mantello rappresenta l’amore vero, quello profondo, che nasce quando si sta in silenzio e si ascolta la voce del Signore dentro di noi.

255 – Nel mondo del sorriso

 
NEL MONDO DEL SORRISO
Viveva nel mondo dei sogni un giovane rubacuori, amava divertirsi e prendere in giro le amiche.
Un giorno si svegliò da quel sonno incantato e si recò in una terra sconosciuta,
dove la gente era meno colta e con meno capacità, erano tristi e non parlavano mai, ognuno svolgeva il suo compito senza dare fastidio a nessuno…
Iniziò a lavorare in una piantagione di alberi da frutta in vaso,si sentiva prigioniero di quella lingua straniera, non riusciva a capire una singola parola, decise di acquistare il miglior dizionario della città, ci mise un bel pò a imparare a leggere e a scrivere, sopratutto a socializzare con le persone che frequentava durante il lavoro.
Le notti si alternavano ai giorni, non aveva un attimo di riposo, quei dieci minuti che aveva si dedicava a dormire e a leggere un libro, ma affrontava la vita con entusiasmo, quel poco che guadagnava li custodiva in un cassetto e lo apriva in caso di necessità.
Un giorno passeggiando in un piccolo viale incontrò una divinità ignota, era di una bellezza straordinaria, aveva i capelli lunghi fino alle spalle e gli occhi verdi, si accorse che lo guardava in maniera strana, ma il suo cuore rimase attratto e affascinato che non si rese conto che stava precipitando in un burrone senza luce.
Aveva freddo e si accovacciò come un feltro aspettando che qualcuno lo trasse da quel posto ghiacciato e solido.
Passarono dei giorni e del giovane non si seppe nulla, gli amici preoccupati della sua assenza si misero alla ricerca, ritornavano nelle loro rispettive case sconfitti e tristi
con le lacrime amare che rigavano i loro visi.
Quel giorno della scomparsa, il giovane trovò uno spiraglio di luce che lo portò in un mondo fatato, dove vivevano persone che sorridevano sempre, non esisteva la tristezza e la solitudine,tutti si amavano alla follia.
Vide quella ragazza,vestita con cristallini d’argento e con uno sguardo cosi penetrante che gli abbagliava la mente, lo prese per la mano e lo condusse nel mondo del sorriso,
i due giovani s’innamorarono follemente, il sentimento era cosi forte che lo portò nella realtà dove tutti rimasero increduli della sua presenza che diedero una gran festa e per magia la sua amata comparve fra le sue braccia regalando all’intero pianeta un sorriso alle persone che non ridevano mai.
Un pensiero ogni tanto
Ogni tanto ti dico una cosa.
Non è che un pensiero, una Buonanotte …
vieni a prenderlo, prima di andare a dormire.
Se passerai a prenderlo alla mattina, allora sarà un Buongiorno.
Ti chiedo solo di fargli un piccolo, piccolo spazio fra gli altri tuoi pensieri
Notte serena con sorriso ❤

254 – Fiaba più vera della REALTA’

Buongiorno con sorriso …  il mese di Dicembre e una mia tradizione, di leggere scrivere e mettere le favole, aspettondo il Natale.

FIABE
Le favole, storie per impararePiù delle fiabe, che pure hanno spesso una loro morale, le favole sono state scritte sempre con intenti morali ed educativi.
Divertendo, esse vogliono sempre insegnarci qualcosa: su noi stessi, sui nostri comportamenti, sui nostri difetti per aiutarci a correggerli.

La volpe e l’uva.
Un giorno una volpe affamata passò accanto a una vigna e vide alcuni bellissimi grappoli d’uva che pendevano da un pergolato.
– Bella quell’uva! – esclamò la volpe e spiccò un balzo per cercare di afferrarla, ma non riuscì a raggiungerla, perchè era troppo alta. Saltò ancora e poi ancora e più saltava più le veniva fame.
Quando si accorse che tutti i suoi sforzi non servivano a nulla disse: – Quell’uva non è ancora matura e acerba non mi piace! – E si allontanò dignitosa, ma con la rabbia nel cuore.

morale: Cosi, anche fra gli uomini, c’è chi, non riuscendo, per incapacità, a raggiungere il suo intento, ne dà la colpa alle circostanze, è scritta per coloro che disprezzano a parole ciò che non possono avere.


Fiaba- più vera della REALTA’  

C‘era una volta una città così divertente che era famosa in tutto il mondo. I suoi abitanti infatti, lavorando e commerciando senza curarsi d’altro, l’avevano resa favolosamente ricca: i negozi e le strade traboccavano di cose belle, cibi meravigliosi e divertimenti di ogni tipo, che facevano l’invidia di tutte le città più povere.

SOLO il Consiglio che la dominava sapeva che dietro questa favolosa ricchezza non c’era solo il lavoro… ma anche un segreto che non si poteva dire.
In un rifugio sotterraneo era infatti nascosto un enorme ratto, creatura orribile a vedersi, ma meravigliosa: invece di far la solita, inutile cacca a pallini, questo essere CAGAVA ORO.
Veri, grossi, pezzi d’oro! Bastava nutrirlo!
E il Consiglio dei Potenti lo nutriva senza posa, si riempiva le tasche e le casseforti erano ancora piene di denaro.
C’era solo un piccolo inconveniente: in proporzione a quanto mangiava, il magico ratto espelleva continuamente da sè anche altri topi, che sgattaiolavano via verso le fogne.

Ma si sa, nelle fogne i topi ci son sempre stati, e nessuno se ne preoccupava

Sennonché un giorno, improvvisamente, ne furono così piene che cominciarono a traboccare, e un’onda scura di ratti iniziò a risalire verso le strade.

All’inizio i ricchi non se ne preoccupavano… infatti erano più che altro i più poveri a essere colpiti. Ma poi quel flagello invase tutta la città e, raggiungendo ogni anfratto, appestò l’acqua e ogni cosa.
Cosa farsene di tutti quei divertimenti, quel cibo, quei bei vestiti?
Nessuno osava più uscire di casa, tutti erano pelle e ossa per paura di mangiare cibo contaminato e non si sapeva più dove scappare… non c’era più spazio neanche per innamorarsi, i topi erano come orrendi pensieri che invadevano perfino i sogni.
Nessuno, nessuno, NESSUNO sapeva più cosa fare.
Ed ecco che quando la città è ormai alla disperazione, passa di lì un pifferaio magico.
I pifferai magici, si sa, incantano chiunque: sanno ammaliare e possono far sembrare verità la menzogna.
Ma questo volle prendersi gioco dei potenti e fece un patto con loro: io libererò la città dai topi, disse, ma non voglio denaro, in cambio voglio solo la soddisfazione di vedervi dire la verità al vostro popolo.
Non ci fu niente da fare, e non c’era più tempo da perdere, ancora un po’ e sarebbero stati tutti divorati.
Così il Consiglio fu costretto ad accettare.
Il pifferaio iniziò a suonare, e tra una nota e l’altra cantava: “o topi, il mondo non è che una grande credenza.. “.
Questa musica somigliava al rumorino del cacio quando vien grattato, delle mele mature pestate nel mortaio, nei suoi occhi guizzavano fiamme nere.

Ed ecco i ratti affacciarsi da ogni buco e un rosicchìo assordante levarsi come un tuono. Il pifferaio camminava, e i topi dietro. Finché sull’orlo del fiume lui si fermò all’’improvviso, e come una sola, enorme massa compatta essi finirono nell’acqua, che ruggendo li portò via tutti tra mille guizzi d’argento.

Che festa ovunque!

In un istante la gioia tronò fra le strade.
Ma il pifferaio non era caduto nel fiume.
Gettando guizzi neri dai suoi occhi, si presentò al Re, e disse: ora voglio il mio pagamento.
Il Re smise di ridere, impallidì e si sentì svenire. Ah no, eh, questa poi no, chiedimi qualunque cosa, ma se dirò da dove viene l’oro il popolo ucciderà il ratto!
Diventeremo poveri! Ti darò tanto oro quanto pesi.
Scampato il pericolo, il Re non se la sentiva di mantenere la promessa.
Ma il pifferaio non era abituato a farsi truffare, e non aveva voglia di discutere.
Si girò sui tacchi e fece la sua vendetta.
Se ne andò, suonando nel suo piffero una strana melodia.
Erano tutti così occupati a divertirsi e a festeggiare che non si accorsero che, ipnotizzati da quella musica, i bambini uscivano dalle case e facevano un lungo corteo dietro a quella musica, nessuno, poteva più sentire altro suono, e quando la gente iniziò a seguirli, a chiamare e a gridare era ormai troppo tardi.

Il pifferaio arrivò indisturbato, con il suo bottino vivente, fino a una grossa montagna. Questa si aprì, li inghiottì e si richiuse su di loro per sempre, mentre la città restò sola coi suoi vecchi, l’oro e i topi.

Ma… c’è sempre un MA, per fortuna.

Uno, UNO SOLO, fra i bambini, era rimasto fuori…
il più piccolo, che non riusciva a stare al passo con gli altri.
Vedendo la caverna richiudersi, e tutti i bambini sparire, restò lì tristissimo.
Si sentiva terribilmente solo; si struggeva dal desiderio di raggiungere gli altri bambini. Neanche lui sapeva come gli venne quell’idea!
Sarà perché anche la sua mamma suonava, e anche a lui il suo papà aveva costruito un piccolo flauto con un pezzo di canna.
Fatto sta che estrasse il suo piffero, e davanti alla grande porta di pietra iniziò a suonare le sue note. Erano così maldestre!
Ma una forza più grande di lui lo spingeva a suonare, e a suonare, tre giorni e tre notti suonò. Finché le note si fecero più limpide, e penetrarono in alcune fessure nella montagna, e raggiunsero i suoi anfratti segreti.
Oh, anche la montagna ha pur sempre un cuore! Come poteva non commuoversi?
La roccia iniziò a tremare, come un cuore che si innamora, ed ecco che la grande porta lentamente si aprì. I bambini rivedendo il sole si svegliarono di colpo dal loro torpore, e si riversarono fuori gridando e cantando.
Come si può descrivere la gioia che invase la città, che si credeva ormai morta, e perfino il Re, che si struggeva nel rimorso?
E come sapremo mai se, per il futuro, essi seppero rinunciare al denaro e ai suoi topi, per la gioia che non si può comprare?
morale? … continuate voi …