DOLCE NOTTE AMICI

Donna
Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c`è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c`è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c`è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai.

ascolto: Heaven – tradução

NIENTE È PIÙ INTIMO DI DUE PENSIERI CHE SI TOCCANO…

DOLCE NOTTE ❤

Non so scegliere …

Parole, Parole, Parole…

Cloud 3E dunque The Guardian ha preso una dozzina di scrittori e ha posto loro una domanda: qual è la vostra parola preferita?

No, sul serio. Ed è una buona idea, perché gli scrittori con le parole ci lavorano, ne usano tante, ne conoscono di specificissime, di inconsuete, di eccentriche, sono abituati a considerarne le sfumature e le implicazioni…

Il risultato è questo articolo, (in inglese) che vale la pena di leggere, perché è una piccola miniera di scoperte linguistiche, e perché ci si coglie il gusto di questa gente per la lingua.

E questo è qualcosa che si cerca – senza sempre riuscirci – di inculcare negli allievi: è davvero difficile scrivere senza avere il gusto delle parole. Senza volerci giocare e sperimentare. Senza perdere una nottata in cerca della sfumatura giusta… Tutto considerato, comincio a credere che questo articolo figurerà nei miei corsi, in futuro. Almeno in via di principio, perché le parole stesse sono spesso intraducibili anzichenò, ma il gusto evidente con cui questa gente gioca con parole perdute, idiotismi, onomatopee e lessici famigliari dovrebbe proprio servire da ispirazione per un paio di paragrafi in materia… Futuri allievi, aspettatevi qualcosa del genere.

Per esempio, a me le parole piacciono per il modo in cui combinano suono, significato e connotazioni. Onomatopea e iconicità sono rilevanti. Scintilla, con quel suono saltellante e quella desinenza luminosa. O fiammeggiante, che l’abbondanza di accenti e doppie consonanti fa davvero danzare. E poisesquipedale, lunga e complessa a sufficienza per suggerire un’enormità che incombe e traballa appena. E che dire di esecrabile? Quel gruppo -cr si mastica così bene che usarlo in un diverbio è di soddisfazione estrema. E bizantino, dal suono elegante e multicolore come un mosaico ravennate. Lanzichenecco, irto di punte all’inizio, e ben corazzato alla fine. È sempre una questione di colori, di consistenza, di suono…

Ma il fatto è che non so troppo bene quale sia la mia parola preferita in assoluto. Liste come questa, dizionari, glossari e repertori, elenchi di nomi, guide del telefono e titoli di coda dei film mi fanno sentire come una bambina in un negozio di giocattoli. Non so scegliere, e questo è quanto.

E voi? Quali sono le vostre parole preferite? E perché?

Elogio …

Il bigliettino salta fuori da un libro che non prendevo in mano da un po’ di tempo. Scivola di tra le pagine e plana a terra con vago errore, come i petali del Petrarca.

Foglio quadrettato di un notes pubblicitario – residuato della vita precedente – con orrido logo fuxia e nero e un diluvio di numeri telefonici, di segreteria, di fax…

Ma sopra ci sono delle annotazioni in vari colori:

1) a biro blu, uno snippet di dialogo in Inglese. Kit Marlowe che dice qualcosa a Thomas Walsingham. Non mi dispiace affatto: ci si sentono la voce beffarda, l’intento di provocare e, al tempo stesso, il fondo di leggera ansia del figlio del calzolaio che non ha ancora imparato fin dove può spingersi con il suo aristocratico mecenate – coetaneo in adorazione del poeta di genio, ma pur sempre quello che ha in mano i cordoni della borsa.

2) ancora a biro blu, tre righe di descrizione – e neanche queste mi dispiacciono del tutto.Marlowe-related a loro volta, sospetto, a giudicare dalle candele e dalla stanza rivestita a pannelli di quercia.

3) penna a inchiostro gel viola: un’idea per un post. Neanche del tutto indecente. Ve la ritroverete, un momento o l’altro.

3b) con la stessa penna viola, un adolescenzialmente entusiastico LIKE THESE!!! con tre punti esclamativi e tanto di freccette in direzione del dialogo e della descrizione. Arrossisco.

4) penna a inchiostro gel verde: altra idea per un altro post. Anche questo verrà un giorno e – tanto perché lo sappiate – con i nomi non abbiamo ancora finito.

5) biro blu diversa dalla prima: scrawl scarabocchiato in condizioni un tantino estreme, si direbbe, e in tutt’altra direzione rispetto agli altri. THE COMPANY, dice. Non so, mi par di ricordare che sia un film che parla di una compagnia di danza classica… vi dice nulla?

Sono sproporzionatamente felice di avere ritrovato questi appunti. Li userò tutti, in un modo e nell’altro, ma avrei potuto sopravvivere anche senza. E tuttavia inciampare in questa carota-tura di pensieri volanti, ideuzze e noterelle misti assortiti mi è piaciuto da matti.

È anche un sostegno alla teoria secondo cui tenere sempre a portata di mano qualcosa su cui scrivere è una sana, produttiva e soddisfacente idea per uno scrittore – teoria provata dalla quantità di scrittori che la pratica(va)no.

Fogazzaro aveva sempre un quadernetto in tasca. Lo si sapeva, ma si credeva che ne fossero rimasti pochi o nessuno. Di recente ne sono saltati fuori parecchi, pieni di annotazioni, appunti e rimugina menti – pietruzze grezze che poi si ritrovano lucidate e incastonate nelle opere finite.

Di Leopardi vogliamo parlare?

Lo Zibaldone è forse IL taccuino letterario per eccellenza. Secondo Iris Origo, biografa classica del Giacomo, l’idea gli fu suggerita dall’abate Antonio Vogel, secondo cui ogni letterato avrebbe dovuto avere un piccolo caos per iscritto, un taccuino di sottiseries, adrersa, excerpta, pugillares, commentaria… una riserva da cui potesse uscir letteratura come il sole, la luna e le stelle erano emerse dal caos.

I Quaderni Azzurri di Kafka forse non erano precisamente dei taccuini, ma di sicuro erano più piccoli dei suoi abituali diari e, che se li portasse dietro o meno, ci annotava aforismi, appunti e strologamenti filosofici.

Henry James usò i taccuini per tutta la sua carriera, annotandoci idee, possibilità, tratti di caratterizzazione per i suoi personaggi, nomi e indirizzi, osservazioni personali, commenti, impegni, e ogni genere di minuzia anche solo vagamente letteraria – tra l’altro la sua solenne decisione di abbandonare per sempre il teatro dopo il fiasco di Guy Domville. appunti,scrittura creativa,processi mentali,taccuini,kafka,leopardi,chatwin,fogazzaro, henry james, moleskine

Bruce Chatwin era un consumatore seriale di taccuini – e li voleva tutti di un particolare tipo: quelli che poi, usciti di produzione e ripresi da una ditta italiana, sarebbero diventati i Moleskine. E non si capisce fino in fondo perché i Moleskine debbano essere conosciuti universalmente come “i taccuini di Hemingway”, quando in realtà erano quelli di Chatwin.

Insomma si direbbe che la storia della letteratura sia piena di taccuinatori compulsivi, e non è particolarmente strano. Da un lato un taccuino, con quelle pagine che sembrano supplicare “riempimi! riempimi!” è un magnifico incentivo a scrivere. E poi, più seriamente, più si è esercitati a cogliere idee in ogni dove (e lo scrittore medio lo fa tutto il tempo), più le idee si presentano. Ma essendo creature dispettose, temperamentali e di pessimo carattere, le idee arrivano a tradimento, germogliano irreprensibilmente e, se non si è pronti a dar loro retta, si offendono e si dileguano.

Non c’è modo di dire a un’idea “aspetta, ne riparliamo fra dieci minuti – quando non starò guidando/facendo la spesa/facendo yoga/calcolando un tetto/trapiantando le begonie/prendendo sonno.” L’idea va catturata immediatamente e imprigionata, altrimenti è perduta. E spesso e volentieri l’unico modo per riuscirci è l’immemorabile tradizione del taccuino – da portarsi sempre dietro.

Perché, come dice MacNair Wilson, “Tutto quel che vale la pena di essere ricordato, vale la pena di essere scritto.”

Buona giornata con sorriso, ELisa

Buon Solstizio d’estate

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Cari Amici   click here  Buon Solstizio d’estate.

Al solstizio d’estate, quando il sole raggiunge la sua massima inclinazione positiva rispetto all’equatore celeste, per poi riprendere il cammino inverso, comincia l’estate.

Tale giorno era considerato sacro nelle tradizioni precristiane ed ancora oggi viene celebrato dalla religiosità popolare con una festa che cade qualche giorno dopo il solstizio, il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la natività di San Giovanni Battista.

E nella festa di San Giovanni convergono i riti indoeuropei e celtici esaltanti i poteri della luce e del fuoco, delle acque e della terra feconda di erbe, di messi e di fiori.
Tali riti antichi permangono, differenziandosi in varie forme, nell’arco di duemila anni, benché la Chiesa ostinatamente abbia tentato di sradicarli, o perlomeno di renderli meno incompatibili con la solennità e si esauriscono soltanto con la sistematica repressione dei governanti laici dell’Italia unita: nelle zone rurali si mantengono tuttavia i riti più semplici e naturali, propri della società contadina e pastorale.
Tutte le leggende si basano su di un evento che accade nel cielo :
il 24 giugno il sole, che ha appena superato il punto del solstizio, comincia a decrescere, sia pure impercettibilmente, sull’orizzonte : insomma, noi crediamo che cominci l’estate, ma in realtà, da quel momento in poi, il sole comincia a calare, per dissolversi, al fine della sua corsa verso il basso, nelle brume invernali.

Sarà all’altro solstizio, quello invernale, che in realtà l’inverno, raggiunta la più lunga delle sue notti, comincerà a decrescere, per lasciar posto all’estate.

E’ così che avviene, da millenni, la corsa delle stagioni.
Nella notte della vigilia di San Giovanni, la notte più breve dell’anno, in tutte le campagne del Nord Europa l’attesa del sorgere del sole era (è ?) propiziata dai falò accesi sulle colline e sui monti, poiché da sempre, con il fuoco, si mettono in fuga le tenebre con le tenebre e con esse gli spiriti maligni, le streghe e i demoni vaganti nel cielo.

Attorno ai fuochi si danzava e si cantava, e nella notte magica avvenivano prodigi : le acque trovavano voci e parole cristalline, le fiamme disegnavano nell’aria scura promesse d’amore e di fortuna, il Male si dissolveva sconfitto dalla stessa forza di cui subiva alla fine la condanna la feroce Erodiade, la regina maledetta che ebbe in dono il capo mozzo del Battista.

Nella veglia, tra la notte e l’alba, i fiori bagnati di rugiada brillavano come segnali ; allo spuntar del sole si sceglievano e raccoglievano in mazzi per essere benedetti in chiesa dal sacerdote.

Bagnarsi nella rugiada o lavarsene almeno gli occhi al ritorno della luce era per i fedeli cristiani un gesto di purificazione prima di partecipare ai riti in chiesa.

La rugiada ricordava il battesimo impartito dal Battista nel Giordano, le erbe dei prati e dei boschi riproponevano l’austera penitenza di Giovanni nel deserto prima della sua missione di precursore del Messia.

Anche in Valsesia ritroviamo l’usanza dei falò, del lavacro con la rugiada e della benedizione in chiesa del mazzo di erbe e di fiori. Conservate gelosamente in casa, portate all’alpeggio in estate – verso il quale da molti paesi si partiva la stesso giorno del 24 di giugno – le erbe benedette riconsacravano la baita di montagna lasciata l’anno prima mantenendo tra le famiglie dei pastori un legame con la sacralità della festa e del rito d’inizio d’estate.

Al ritorno dall’alpe, quelle stesse erbe essiccate, unite ad un ramo di olivo e ad uno di ginepro, venivano bruciate nella stalla a protezione degli animali.
Non a caso, dunque, il precursore di Cristo, rappresentato con l’Agnello mistico e vestito da eremita, pastore del deserto, fu assunto dai pastori come patrono privilegiato fino dai primi secoli cristiani.

IL rito della benedizione dei “fiori di San Giovanni”, erbe benefiche e medicine medievali per curare il corpo ed evitare il malocchio, per proteggere la casa e gli animali domestici era assai diffuso in Valsesia, fino a pochi decenni fa.

Ma ancora adesso, a Rossa, piccolo paese della Val Sermenza, valle minore della Valsesia, il parroco di Boccioleto, Don Luigi, mi ha raccontato che i fedeli richiedono la preghiera “magica”, quella che proteggerà dai mali i raccolti.
E la richiederebbero anche ad Oro di Mezzo, frazione di Boccioleto, se non fosse che non ci sono più anime a popolare la piccola frazione.

Tutti se ne sono andati, ormai.
Rimangono le montagne, immobili, maestose, gravide di leggende di cui nessuno ricorda più la trama, e tanto meno il significato.

E rimane, l’antica, suggestiva preghiera che un anno dopo l’altro, un secolo dopo l’altro, ha convinto di aiuto e pietà generazioni di donne e ancora adesso, in questo mondo impazzito, in un piccolo paese nascosto tra le montagne, raccoglie le donne lì giunte in processione a chiedere aiuto e pietà ad un Dio di cui si prega l’ascolto :

“Dio onnipotente ed eterno, che hai santificato nell’utero di tua madre il beato Giovanni Battista, e nel deserto hai voluto nutrirlo di erbe, di radici e di locuste silvestri, degnati di benedire questi rami, i fiori e le nuove biade, i frutti e le erbe che i popoli raccolgono, affinché siano una medicina per tutte le anime e per i corpi.

Dio, che in principio hai creato tutte le cose con la Tua onnipotenza e ad esse hai assegnato una forza, degnati di benedire questo insieme di erbe e di fiori, affinché tutti quelli che li portano con sé o li conservano nelle loro case, siano liberati da ogni inganno diabolico.

Dio onnipotente ed eterno, che ti sei degnato di nutrire nelle grotte del deserto il beato Giovanni Battista di locuste e di miele selvatico, degnati pure, Signore, di benedire e di santificare questi fiori oggi preparati in onore al Tuo nome, affinché a tutti quelli che li portano in mano o li conservano nelle loro abitazioni, siano di protezione per i corpi e per le loro anime e di medicina per tutte le malattie.

Dio onnipotente ed eterno, creatore di tutte le cose per l’utilità del genere umano degnati di benedire e di santificare queste creature di erbe e di fiori, affinché tutti quelli che da esse ne abbiano presi alcuni e li abbiano portati con sé ricevano la guarigione tanto del corpo come dell’anima, e affinché per propria forza, e in onore di Tuo Figlio e Nostro Signore e in onore del beato Giovanni Battista siano nuovamente beati e santificati e abbiano potere contro le tenebre, le nubi e le malignità delle tempeste e contro le incursioni dei demoni”

Ed ancora le donne si recano in processione, recando con loro i fiori da benedire.

I fiori di San Giovanni, dunque :
l’artemisia, l’arnica ;
le bacche rosso fuoco del ribes ;
la verbena, della quale è credenza diffusa che, colta a mezzanotte della vigilia di San Giovanni, costituisca un’infallibile protezione contro i fulmini, ed è conosciuta in Bretagna come “erba della croce”, perché si ritiene che protegga chi la porta con sé da qualsiasi male ed anche come “erba della doppia vista” perché il berne un infuso facilita la visione di realtà altrimenti nascoste.
E l’erica, la pianticella sottile.
L’erica è un fiore delle nevi e dei terreni poveri ed ostili. Infatti, il suo nome deriva dal verbo greco “ereiko”, spezzo, rompo, proprio perché l’erica è più forte della dura crosta di terra invernale o della neve che la ricopre, tant’è che la buca senza fatica, emergendo all’aria aperta.
I fiori dell’erica, che vanno dal bianco alle varie tonalità di rosa, assomigliano, rovesciati, ai copricapi degli elfi.

Della stessa famiglia dell’erica è un’altra pianticella, detta brugo (cognome assai diffuso nei paesi ai piedi delle nostre montagne, e davvero molto a Romagnano Sesia), da brucus, termine tardolatino di origine celtica, da cui deriva il termine brughiera, poiché in questa terra povera e arida la pianticella riesce a vivere meglio di altre, coprendo immense distese.

L’erica, dal nome più romantico, era tenuta in grande considerazione fin dall’antichità, tanto da essere utilizzata per costruire le scope che sarebbero servite a pulire i templi degli Dei, e successivamente, in tempi più severi, il forno dove cuocere il pane.
L’utilizzo dell’erica per costruire scope era così diffuso che, in alcune regioni, l’erica stessa viene chiamata scopa e ancora oggi, alcune località soprattutto della Toscana, dove l’erica ricopre a distesa campi e colline, vengono chiamate Scopeto, Poggio delle Scope, Pian di Sco’.
Stessa origine dovrebbero avere i paesi di Scopa e Scopello, della nostra Valsesia.

Erbario

Le leggende associano spesso l’erica alle Entità Fatate, facendole dimorare fra i suoi rami e sconsigliando di
sdraiarsi a dormire fra queste piantine, per non correre il rischio di essere rapiti dal mondo delle fate.

Di contro, era possibile accedere ai segreti dell’Aldilà, semplicemente dormendo su un letto di erica, che è anche spesso giaciglio degli amanti in numerose leggende.

E l’erica è posta a guardia del solstizio d’estate, periodo nel quale raggiunge la fioritura più completa.
Usanza derivante probabilmente dal mondo celtico, dove l’erica è collegata sia all’Aldilà sia all’amore : le api, simbolo di saggezza segreta che proviene dall’Altromondo, sono particolarmente ghiotte dei fiori di questa piantina e producono così un miele squisito, da sempre legato a riti e significati di immortalità e di rinascita.

E ancora, tipico della notte di San Giovanni, il raro, misterioso fiore della felce che cresce nella notte magica, e si dice fiorisca a mezzanotte.

La storia relativa ai fiori magici è interessante, ed è frutto di credenze molto diffuse.

In Boemia, ad esempio, si crede che il fiore della felce risplenda come l’oro, o come il fuoco, nella notte di San Giovanni : chiunque lo possieda in questa magica notte, e salga una montagna tenendolo in mano, scoprirà una vena d’oro, e vedrà brillare di fiamma azzurra i tesori della terra.

In Russia, i contadini raccontano che chi riesce ad impadronirsi del meraviglioso fiore nella vigilia di San Giovanni, se lo getta in aria, lo vedrà ricadere per terra nel punto preciso dove è nascosto un tesoro.
Pare che questo fiore fiorisca improvvisamente, talvolta, a mezzanotte precisa della magica notte del solstizio d’estate ; e, sempre in Russia si racconta che chi abbia la fortuna di cogliere l’istante di quella fioritura improvvisa, potrà nello stesso tempo assistere a tanti altri spettacoli meravigliosi : gli sarebbero apparsi tre soli, e una luce avrebbe illuminato a giorno la foresta, e avrebbe udito un coro di risa, ed una voce femminile chiamarlo.

IL fortunato a cui accade tutto questo non deve spaventarsi : se riesce a conservare la calma, raggiungerà la conoscenza di tutto ciò che sta succedendo o succederà nel mondo.
Anche se resta da vedere se quest’ultima sia una buona magia.

Ma anche il seme della felce, che si vuole risplenda come oro nella notte di San Giovanni, non diversamente che dal magico fiore, farebbe scoprire i tesori nascosti nella terra : i contadini del Tirolo credono che alla vigilia di San Giovanni si possano veder brillare come fiamme i tesori nascosti e che il seme della felce raccolto in questa mistica notte possa portare alla superficie l’oro celato nelle viscere della terra.

Nel cantone svizzero di Friburgo, il popolo usava un tempo vegliare vicino ad una felce la notte di San Giovanni, nella speranza di guadagnare il tesoro che qualche volta il diavolo in persona portava loro.

Un altro fiore, questo facilmente rintracciabile e che appare d’oro anche ad occhio nudo, è legato nella memoria popolare al solstizio d’estate.
La densità della sua fioritura è tale da risaltare sulle grandi distese, come una gran macchia di colore giallo oro misto a rame ; i fiori infatti, così numerosi e brillanti, durano poco, un giorno soltanto, e subito appassiscono e assumono un colore rosso ruggine.

Si tratta dell’iperico, un fiore dei campi che è detto erba di San Giovanni, perché anticamente chi si trovava per strada la notte della vigilia, quando le streghe si recavano a frotte verso il luogo del convegno annuale, se ne proteggeva infilandoselo sotto la camicia insieme con altre erbe, dall’aglio, all’artemisia, alla ruta.
IL suo stretto legame col Battista sarebbe testimoniato dai petali che, strofinati tra le dita, le macchiano di rosso perché contengono un succo detto per il suo colore “sangue di San Giovanni”.

E’ davvero difficile risalire alla motivazione di questo accostamento – perché il Battista e non un altro martire ? – se non forse il fatto che l’iperico è un fiore che si accontenta di poco, per sopravvivere, e vive anche nei climi desertici, come fece un tempo Giovanni il Battista.

Nelle leggende si parla anche di un ‘erba piccolissima e sconosciuta, detta Erba dello Smarrimento.
Si dice che essa venisse seminata dalle Fate e dai Folletti nei luoghi da loro frequentati e, calpestata, avrebbe allontanato dalla retta via il malcapitato.

A questa leggenda si intreccia quella, di origine tedesca ma alquanto diffusa nel biellese, che, se taluno passa vicino alla magica fioritura della felce, nella notte di San Giovanni, senza raccogliere il seme che la pianta lascia cadere, sarà condannato a smarrirsi per via, anche se percorre strade a lui note.

Altrettanto conosciuta era l’Erba Lucente, che consentiva, se portata sul corpo, di vedere la verità delle cose senza mascheramenti o inganni.
Poiché quest’erba era invisibile agli uomini, ma non ai bovini domestici, la si poteva raccogliere solo seguendo un vitello al suo primo pascolo, oppure le mandrie, nella notte di San Giovanni.
Si raccontava infatti che in quelle occasioni i bovini mangiassero solo quell’erba, dando così la possibilità a chi proprio lo desiderava di individuarla.

Le vecchie storie non tramandano cosa accadesse agli incauti che ci riuscivano, cui da allora, conoscendo ogni verità, era negata la possibilità dell’illusione.

Anche in Valsesia, come abbiamo già detto, ritroviamo l’usanza dei falò, del lavacro con la rugiada e della benedizione in chiesa del mazzo di erbe e di fiori.

Conservate gelosamente in casa, portate all’alpeggio in estate – verso il quale da molti paesi si partiva la stesso giorno del 24 di giugno – le erbe benedette riconsacravano la baita di montagna lasciata l’anno prima mantenendo tra le famiglie dei pastori un legame con la sacralità della festa e del rito d’inizio d’estate.

Al ritorno dall’alpe, quelle stesse erbe essiccate, unite ad un ramo di olivo e ad uno di ginepro, venivano bruciate nella stalla a protezione degli animali.

Non a caso, dunque, il precursore di Cristo, rappresentato con l’Agnello mistico e vestito da eremita, pastore del deserto, fu assunto dai pastori come patrono privilegiato fino dai primi secoli cristiani.

Tradizioni senza senso e senza età, usanze che si sono tramandate nel tempo ma che, alla fin fine, celano delle loro verità evanescenti ed eteree…

Tornare alla sorgente …

Questa notte non puoi dormire, se chiudi gli occhi vedi moltitudini allucinanti.
Se li apri, sono pugni di spilli.
Se ti agiti, incominciano le danze dei ricordi.
Se stai immobile, le coltri diventano di marmo.
Vano leggere, fumare, accendere e spegnere. Il sangue grida nomi di cose e persone.

La vita risorge tragica e grottesca: i dettagli sono ingigantiti dall’ ombra, la stanza è piena di fantasmi, larve impure sfiorano il letto.

Sei stanco da morire e non riesci a riposare.

Eppure a quest’ ora molte persone dormono in pace, morte per poche ore, morte prima di riprendere la loro vita così simile alla morte.

L’ orologio scandisce i secondi e, goccia su goccia, il sangue risponde battendo le tempie, e la notte è un’ agonia che non finisce più.

Notti d’insonnia: dubbi, paure, rimorsi ….

Ebbene, tranquillizza la tua anima che trema. Chiudi le palpebre pesanti.
Fa’ tacere le voci di dentro.
Resta immobile a lasciarti portare via dalla corrente del tempo…
E chiama tua madre che ti culli con nomi di stelle e farfalle.

Tornare alla sorgente più pura per trovare la pace perduta.
Amen …

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