255 – Nel mondo del sorriso

 
NEL MONDO DEL SORRISO
Viveva nel mondo dei sogni un giovane rubacuori, amava divertirsi e prendere in giro le amiche.
Un giorno si svegliò da quel sonno incantato e si recò in una terra sconosciuta,
dove la gente era meno colta e con meno capacità, erano tristi e non parlavano mai, ognuno svolgeva il suo compito senza dare fastidio a nessuno…
Iniziò a lavorare in una piantagione di alberi da frutta in vaso,si sentiva prigioniero di quella lingua straniera, non riusciva a capire una singola parola, decise di acquistare il miglior dizionario della città, ci mise un bel pò a imparare a leggere e a scrivere, sopratutto a socializzare con le persone che frequentava durante il lavoro.
Le notti si alternavano ai giorni, non aveva un attimo di riposo, quei dieci minuti che aveva si dedicava a dormire e a leggere un libro, ma affrontava la vita con entusiasmo, quel poco che guadagnava li custodiva in un cassetto e lo apriva in caso di necessità.
Un giorno passeggiando in un piccolo viale incontrò una divinità ignota, era di una bellezza straordinaria, aveva i capelli lunghi fino alle spalle e gli occhi verdi, si accorse che lo guardava in maniera strana, ma il suo cuore rimase attratto e affascinato che non si rese conto che stava precipitando in un burrone senza luce.
Aveva freddo e si accovacciò come un feltro aspettando che qualcuno lo trasse da quel posto ghiacciato e solido.
Passarono dei giorni e del giovane non si seppe nulla, gli amici preoccupati della sua assenza si misero alla ricerca, ritornavano nelle loro rispettive case sconfitti e tristi
con le lacrime amare che rigavano i loro visi.
Quel giorno della scomparsa, il giovane trovò uno spiraglio di luce che lo portò in un mondo fatato, dove vivevano persone che sorridevano sempre, non esisteva la tristezza e la solitudine,tutti si amavano alla follia.
Vide quella ragazza,vestita con cristallini d’argento e con uno sguardo cosi penetrante che gli abbagliava la mente, lo prese per la mano e lo condusse nel mondo del sorriso,
i due giovani s’innamorarono follemente, il sentimento era cosi forte che lo portò nella realtà dove tutti rimasero increduli della sua presenza che diedero una gran festa e per magia la sua amata comparve fra le sue braccia regalando all’intero pianeta un sorriso alle persone che non ridevano mai.
Un pensiero ogni tanto
Ogni tanto ti dico una cosa.
Non è che un pensiero, una Buonanotte …
vieni a prenderlo, prima di andare a dormire.
Se passerai a prenderlo alla mattina, allora sarà un Buongiorno.
Ti chiedo solo di fargli un piccolo, piccolo spazio fra gli altri tuoi pensieri
Notte serena con sorriso ❤

254 – Fiaba più vera della REALTA’

Buongiorno con sorriso …  il mese di Dicembre e una mia tradizione, di leggere scrivere e mettere le favole, aspettondo il Natale.

FIABE
Le favole, storie per impararePiù delle fiabe, che pure hanno spesso una loro morale, le favole sono state scritte sempre con intenti morali ed educativi.
Divertendo, esse vogliono sempre insegnarci qualcosa: su noi stessi, sui nostri comportamenti, sui nostri difetti per aiutarci a correggerli.

La volpe e l’uva.
Un giorno una volpe affamata passò accanto a una vigna e vide alcuni bellissimi grappoli d’uva che pendevano da un pergolato.
– Bella quell’uva! – esclamò la volpe e spiccò un balzo per cercare di afferrarla, ma non riuscì a raggiungerla, perchè era troppo alta. Saltò ancora e poi ancora e più saltava più le veniva fame.
Quando si accorse che tutti i suoi sforzi non servivano a nulla disse: – Quell’uva non è ancora matura e acerba non mi piace! – E si allontanò dignitosa, ma con la rabbia nel cuore.

morale: Cosi, anche fra gli uomini, c’è chi, non riuscendo, per incapacità, a raggiungere il suo intento, ne dà la colpa alle circostanze, è scritta per coloro che disprezzano a parole ciò che non possono avere.


Fiaba- più vera della REALTA’  

C‘era una volta una città così divertente che era famosa in tutto il mondo. I suoi abitanti infatti, lavorando e commerciando senza curarsi d’altro, l’avevano resa favolosamente ricca: i negozi e le strade traboccavano di cose belle, cibi meravigliosi e divertimenti di ogni tipo, che facevano l’invidia di tutte le città più povere.

SOLO il Consiglio che la dominava sapeva che dietro questa favolosa ricchezza non c’era solo il lavoro… ma anche un segreto che non si poteva dire.
In un rifugio sotterraneo era infatti nascosto un enorme ratto, creatura orribile a vedersi, ma meravigliosa: invece di far la solita, inutile cacca a pallini, questo essere CAGAVA ORO.
Veri, grossi, pezzi d’oro! Bastava nutrirlo!
E il Consiglio dei Potenti lo nutriva senza posa, si riempiva le tasche e le casseforti erano ancora piene di denaro.
C’era solo un piccolo inconveniente: in proporzione a quanto mangiava, il magico ratto espelleva continuamente da sè anche altri topi, che sgattaiolavano via verso le fogne.

Ma si sa, nelle fogne i topi ci son sempre stati, e nessuno se ne preoccupava

Sennonché un giorno, improvvisamente, ne furono così piene che cominciarono a traboccare, e un’onda scura di ratti iniziò a risalire verso le strade.

All’inizio i ricchi non se ne preoccupavano… infatti erano più che altro i più poveri a essere colpiti. Ma poi quel flagello invase tutta la città e, raggiungendo ogni anfratto, appestò l’acqua e ogni cosa.
Cosa farsene di tutti quei divertimenti, quel cibo, quei bei vestiti?
Nessuno osava più uscire di casa, tutti erano pelle e ossa per paura di mangiare cibo contaminato e non si sapeva più dove scappare… non c’era più spazio neanche per innamorarsi, i topi erano come orrendi pensieri che invadevano perfino i sogni.
Nessuno, nessuno, NESSUNO sapeva più cosa fare.
Ed ecco che quando la città è ormai alla disperazione, passa di lì un pifferaio magico.
I pifferai magici, si sa, incantano chiunque: sanno ammaliare e possono far sembrare verità la menzogna.
Ma questo volle prendersi gioco dei potenti e fece un patto con loro: io libererò la città dai topi, disse, ma non voglio denaro, in cambio voglio solo la soddisfazione di vedervi dire la verità al vostro popolo.
Non ci fu niente da fare, e non c’era più tempo da perdere, ancora un po’ e sarebbero stati tutti divorati.
Così il Consiglio fu costretto ad accettare.
Il pifferaio iniziò a suonare, e tra una nota e l’altra cantava: “o topi, il mondo non è che una grande credenza.. “.
Questa musica somigliava al rumorino del cacio quando vien grattato, delle mele mature pestate nel mortaio, nei suoi occhi guizzavano fiamme nere.

Ed ecco i ratti affacciarsi da ogni buco e un rosicchìo assordante levarsi come un tuono. Il pifferaio camminava, e i topi dietro. Finché sull’orlo del fiume lui si fermò all’’improvviso, e come una sola, enorme massa compatta essi finirono nell’acqua, che ruggendo li portò via tutti tra mille guizzi d’argento.

Che festa ovunque!

In un istante la gioia tronò fra le strade.
Ma il pifferaio non era caduto nel fiume.
Gettando guizzi neri dai suoi occhi, si presentò al Re, e disse: ora voglio il mio pagamento.
Il Re smise di ridere, impallidì e si sentì svenire. Ah no, eh, questa poi no, chiedimi qualunque cosa, ma se dirò da dove viene l’oro il popolo ucciderà il ratto!
Diventeremo poveri! Ti darò tanto oro quanto pesi.
Scampato il pericolo, il Re non se la sentiva di mantenere la promessa.
Ma il pifferaio non era abituato a farsi truffare, e non aveva voglia di discutere.
Si girò sui tacchi e fece la sua vendetta.
Se ne andò, suonando nel suo piffero una strana melodia.
Erano tutti così occupati a divertirsi e a festeggiare che non si accorsero che, ipnotizzati da quella musica, i bambini uscivano dalle case e facevano un lungo corteo dietro a quella musica, nessuno, poteva più sentire altro suono, e quando la gente iniziò a seguirli, a chiamare e a gridare era ormai troppo tardi.

Il pifferaio arrivò indisturbato, con il suo bottino vivente, fino a una grossa montagna. Questa si aprì, li inghiottì e si richiuse su di loro per sempre, mentre la città restò sola coi suoi vecchi, l’oro e i topi.

Ma… c’è sempre un MA, per fortuna.

Uno, UNO SOLO, fra i bambini, era rimasto fuori…
il più piccolo, che non riusciva a stare al passo con gli altri.
Vedendo la caverna richiudersi, e tutti i bambini sparire, restò lì tristissimo.
Si sentiva terribilmente solo; si struggeva dal desiderio di raggiungere gli altri bambini. Neanche lui sapeva come gli venne quell’idea!
Sarà perché anche la sua mamma suonava, e anche a lui il suo papà aveva costruito un piccolo flauto con un pezzo di canna.
Fatto sta che estrasse il suo piffero, e davanti alla grande porta di pietra iniziò a suonare le sue note. Erano così maldestre!
Ma una forza più grande di lui lo spingeva a suonare, e a suonare, tre giorni e tre notti suonò. Finché le note si fecero più limpide, e penetrarono in alcune fessure nella montagna, e raggiunsero i suoi anfratti segreti.
Oh, anche la montagna ha pur sempre un cuore! Come poteva non commuoversi?
La roccia iniziò a tremare, come un cuore che si innamora, ed ecco che la grande porta lentamente si aprì. I bambini rivedendo il sole si svegliarono di colpo dal loro torpore, e si riversarono fuori gridando e cantando.
Come si può descrivere la gioia che invase la città, che si credeva ormai morta, e perfino il Re, che si struggeva nel rimorso?
E come sapremo mai se, per il futuro, essi seppero rinunciare al denaro e ai suoi topi, per la gioia che non si può comprare?
morale? … continuate voi …