I libri e la sua terapia


I libri

Ci sono libri che si posseggono da venti anni senza leggerlì, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sè di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase.
Poi, dopo vent’anni viene un momento in cui d’improviso quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri d’un fiato, da capo a fondo; è come una rivelazione.
Ora sappiamo perchè lo abbiamo trattato con tante cerimonie.
Doveva stare a lungo vicino a noi; doveva viaggiare; doveva occupare posto; doveva essere un peso; e adesso ha raggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela, adesso illumina i vent’anni trascorsi in cui è vissuto, muto, con noi. Non potrebbe dire tanto se per tutto quel tempo non fosse rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose.
Elias Canetti, La provincia dell’uomo.
Quaderni di appunti 1942 – 1972

Molti anni fa una rivista americana pubblicò una vignetta umoristica in cui si vedevano due capra. Una divorava metri di pellicola cinematografica, e l’altra si sgranocchiava il volume da cui era stata tratto il film. E qust’ultimo diceva: “meglio il libro!”
Quindi, in una paese come l’Italia che preferisce di gran lunga le immagine (televisive, cinematografiche, o di qualsiesi altro tipo), e trascura le parole stampate, io credo proprio di dover dedicare queste pagine a tutte le “capre” italiane che non leggono mai un libro, e che non sanno cosa si perdono. Come diceva una mia saggia amica: “Piattusto che diventare schiava del Librium, mi prendo un libro”.

Un libro e magico.

Ciascuno a suo modo ha un’anima speciale, u anima bella fatta di parole; di pensiero, di descrizione di cose e persone, quindi poetica e viva.
Leggere e vivere, magari attraverso gli occhi di un altro, il signor Autore.
In questo modo, si esce per un poco fuori di sè, dimenticando i problemi e gli assilli mondani per calarsi in un altrove sovente straniero e sconosciuto.
E questo altrove miracolosamente calma e lenisce.
Si, avete letto bene, ma nel vostro cuore di lettori lo avete sempre saputo: il libro guarisce.

Ne sa qualcosa oggi lo scrittore turco Orhan Pamuk che, nel suo saggio “Autore implicito” scrive che la letteratura gli è necessaria come un farmaco, come una medicina da prendere ogni giorno per soppravivere. Ma la medicina, è ovvio, deve essere buona.
“Un brano di romanzo forte, intenso e profondo, mi rende felice piu’ di tante altre cose” scrive Pamuk.

“Insegnare alla gente a leggere è un compito inutile e insieme arduo, perchè capire e apprezzare la letteratura è questione di temperamento e non di insegnamento; non vi sono manuali che insegnino la via per il Parnaso, e non non tutto quello che si può inegnare è degno di essere insegnato. Ma spiegare alla gente cosa non leggere è affare ben diverso, e io oso raccomandare questo come una missione”.
-Oscar Wilde-

Oscar Wilde fini in prigione, e si salvò l’anima con i pochi libri avuti a disposizione, scrivendo poi con il cuore esulcerato il suo testo piu autentico che è – La ballata del carcere di Reading -, a riprova del fatto che anche scrivere è altamente terapeutico e deriva perlopiu’ da un innato talento e da anni di buone letture. continua

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Un commento su “I libri e la sua terapia

  1. I libri come nutrimento neccessario

    Se sinora i libri hanno aiutato l’umanità intera a crescere – e tutto sommato anche a migliorarsi – il merito è di chi vi ha creduto, di chi ha scritto quei milioni di volumi mettendovi dentro cuore e messaggi. I libri sono come bottiglie di un grande naufrago.
    Primo o poi, galleggiando sul mare degli anni, approdano a una qualche riva, e qualcuno vi può leggere dentro le parole scritte, che si tratta di una storia, di un grido d’aiuto, o di un incitamento a vivere venuto da lontano.

    Coloro che si intendono di metafisica assicurano che, nell’aldilà, tutti i libri del mondo hanno una loro ordinata memoria e collocazione, e niente va perduto. Noi registriamo ogni gesto, e alla fine dei nostri giorni siamo in grado di rivedere tutto. Ciascuno di noi è vicenda e libri perfetto, pronto a raccontarsi a un vicino di casa, a una platea o a un salotto televisivo; nel peggiore dei casi a un’aula giudiziaria.
    Essendo allora noi stessi libro, il plico cartaceo non è altro che un mostro prolungamento, un regesto, un incartamento che ci condanna o forse ci assolve.

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