L solitudine dei numeri primi


La solitudine dei numeri primi

L solitudine dei numeri primi

di Flavio Santi
“Più che lontani e scorbutici parenti, matematica e letteratura sono fratello e sorella, gelosi ognuno del proprio statuto, ma sempre disposti a confrontarsi e ‘giocare’ insieme.”

Una lunga storia
L’acclamato romanzo di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, ha dimostrato, se ce n’era bisogno, quanto stretti siano i rapporti tra matematica e letteratura. I due protagonisti del libro vengono paragonati ai numeri primi, divisibili solo per 1 e per se stessi, e questo aspetto modula tutta la storia. Dunque la matematica fornisce un immaginario e uno sviluppo coerenti per la trama.
Quella tra matematica e letteratura è una lunga storia che si perde nei secoli. A livello di immaginario collettivo l’affinità è data dal risultare discipline poco ‘utili’ (un grande matematico, Godfrey Hardy, ha scritto: “La vera matematica dei veri matematici […] è quasi totalmente inutile […]. Non è possibile giustificare la vita di nessun vero matematico professionista sulla base dell’utilità del suo lavoro”); ma con un forte legame, quasi metafisico, con la realtà più profonda e sostanziale (un altro celebre matematico, David Hilbert, ha affermato: “Un problema di teoria dei numeri è senza tempo come un’opera d’arte”). Lisa

dal web:
Fin dall’antichità il legame è molto stretto: si pensi al detto del sofista Protagor…

Fin dall’antichità il legame è molto stretto: si pensi al detto del sofista Protagora “L’uomo è misura [in gr. métron, nell’accezione matematica] di tutte le cose”; o al fatto che in latino il verso della metrica si chiami numerus. In tutta la letteratura antica, medievale e rinascimentale la matematica ha un valore altamente simbolico, che informa e plasma la struttura delle opere. Grande influenza ha la tradizione biblica (cfr. Sapienza, 11, 21: “ma Tu hai disposto ogni cosa in […] numero”). Il numero dunque “è un parametro qualitativo, non solo quantitativo” (Guglielmo Gorni). Gli esempi sono innumerevoli: i 9 libri delle Storie di Erodoto, come le nove Muse; i 12 libri dell’Eneide, metà esatta dei 24 omerici; o al contrario i 48 delle Dionisiache di Nonno, doppio esatto dei 24 omerici; Le nozze di Mercurio e Filologia di Marziano Capella con la struttura allegorica delle sette arti liberali (il libro VII è dedicato alla matematica), alla base del sistema artistico medievale del trivio e del quadrivio; Dante (le 100 cantiche della Divina Commedia, i 35 anni, i numeri 3, 5 e 7); Petrarca (le 366 poesie del Canzoniere); Boccaccio (il 10 che informa il Decameron, 10 novelle per 10 giorni, raccontate da 10 narratori).

Tradizione e gioco
Nella letteratura moderna questo uso simbolico della matematica va progressivamente perdendosi (resiste ancora nella letteratura barocca, ad es. i 20 libri dell’Adone di Marino, i virtuosismi metrici fatti di combinazioni numeriche), per lasciare il posto a un utilizzo più concreto ed empirico. L’associazione immediata va a una certa letteratura di genere: il giallo, dove l’investigatore di turno risolve l’omicidio con il ragionamento deduttivo di origine logico-matematica. Lo Sherlock Holmes di Conan Doyle, il Nero Wolfe di Rex Stout, l’Ellery Queen di Dannay-Lee, l’Hercule Poirot di Agatha Christie e molti altri sono i campioni di questo approccio. Ma tutto comincia a metà Ottocento coi racconti di Edgar Allan Poe, I delitti della Rue Morgue, Il mistero di Marie Rogêt, La lettera rubata e Lo scarabeo d’oro. Protagonista dei primi tre è il padre dei detective moderni, Auguste Dupin, che esalta la combinazione di capacità creativa e analitica: “egli è poeta e matematico. E come poeta e matematico, ha dovuto ragionare a dovere”. Nello Scarabeo d’oro invece si introduce la crittografia, che diventerà un classico del poliziesco: un metodo per nascondere i messaggi tramite diverse tecniche combinatorie.

Innovazione e retorica
I dati più interessanti, però, emergono quando la matematica non è semplice citazione o gioco, bensì diventa vero e proprio serbatoio di immagini, similitudini, metafore, riflessioni, insomma si fa retorica.
In Italia uno degli scrittori più attenti a tale aspetto è stato Leonardo Sinisgalli, ingegnere e poeta, che affronta il tema nella raccolta di saggi dall’eloquente titolo Furor mathematicus (1944), in cui fra l’altro sintetizza la poesia nel binomio a+bj “dove a e b sono quantità reali e j è il famoso operatore immaginario”. Un altro poeta molto sensibile è Andrea Zanzotto, che utilizza operazioni matematiche, simboli (a, b, →, ~), concetti più o meno complessi (insiemistica, Teoria del caos, ecc.).
Tra i prosatori italiani è Italo Calvino quello più interessato a utilizzare gli strumenti matematico-scientifici per fini espressivi, soprattutto nelle raccolte di racconti Cosmicomiche e Ti con zero. Il senso della sua operazione è chiaro in una frase come questa: “Le equazioni […] stanno già entrando a far parte del senso comune”. Molto sottile è il caso di Carlo Emilio Gadda, che declina la matematica dal punto di vista filosofico, attingendo da Leibniz concetti quali “rete di connessione”, mondo come “sistema di sistemi”.

Ma è soprattutto all’estero che troviamo gli esempi più articolati e coerenti.
In Francia Paul Valéry teorizza l’unione di matematica e arte nei saggi Introduzione al metodo di Leonardo e Eupalinos. Due correnti sono molto sensibili alla sfera matematica, ognuna a suo modo: i surrealisti di inizio Novecento (ad es. Breton e Char), affascinati dagli aspetti caotici dei numeri; i membri dell’Oulipo, l’Opificio di Letteratura Potenziale (ad es. Queneau e Perec), interessati, al contrario, alle caratteristiche normative e vincolanti della matematica. Esemplare è il romanzo di Perec La vita istruzioni per l’uso, ambientato in un edificio parigino dove si intrecciano molteplici storie attraversate da un filo rosso matematico, soprattutto la vicenda di Percival Bartlebooth.

Nel mondo anglosassone prevale la chiave postmoderna, dunque la contaminazione, spesso ironica, tra cultura umanistica e scientifica, con citazioni dotte, allusioni e rielaborazioni. Precursore può essere considerato Lewis Carroll (di professione proprio matematico) con i giochi logico-verbali di Alice nel paese delle meraviglie. Oggi uno dei maestri più acclamati è Thomas Pynchon, che in opere complesse come L’incanto del lotto 49, L’arcobaleno della gravità, Entropia e il recente Contro il giorno utilizza formule e nozioni matematiche (oltre che fisiche e scientifiche in generale) per esprimere la propria visione relativistica del mondo.

*Romanziere; professore di Composizione di testi in italiano all’Università di Como e Traduzione allo IULM di Milano.
http://www.treccani.it/Portale/

3 pensieri su “L solitudine dei numeri primi

  1. Se ne parla ancora di questo libro, giusto ieir pomeriggio, al lavoro, la mia collega ne parlava con una paziente che l’aveva appena finito di leggere e devo dire che ne e’ rimasta entusiasta a giudicare da come ne parlava.
    Io l’ho letto poco dopo che e’ uscito, quando ancora lo stavano promuovendo e ne ho anche scritto nel mio blog.
    Ricordo che le mie considerazioni stavano soprattutto nel valutare quello che il vissuto ci porta ad essere e asoprattitto quel che passiamo da bambini e che ci segna per il resto della vita.
    A distanza di tempo non mi e’ rimasto un gran ricordo di questo libro… forse sarebbe uno tra quelli che meriterebbe una rilettura magari dal un’altra prospettiva.

    Un caro saluto Lisa
    Dona

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  2. Accidenti che analisi, confesso che mi son un p’ persa…
    Ma il libro ti e’ piaciuto alla fine?
    In passato ho scritto pure io di questa storia, un po’ di tempo fa!
    Complimenti per le tue letture e anche per i versi.
    Un caro saluto
    Dona

    Piace a 1 persona

    1. Carissima Dona, bentrovata qua… si e interessante, era curiosa, e la mia curiosita si e stata appagata 🙂
      La scrittura è scorrevole, moderna e molto interiore. Si conoscono i personaggi attraverso il non detto, anche perché parlano veramente poco ed al momento di dire qualcosa, la pensano sempre, ma sono incapaci di esternarla. Hanno inquietudini viscerali che si portano dietro e che minacciano la loro esistenza rendendola volontariamente vuota. Si sforzano di non essere felici e si autodistruggono. Lei tende all’anoressia fin da giovane, ma nessuno fa concretamente qualcosa per aiutarla e neppure lei se ne rende conto: rifiuta categoricamente il cibo e vive di rabbia. Lui è un genio ed allo stesso tempo un autolesionista.
      E mi fermo qui. E’ un libro che va letto per essere capito.
      ….. :-)un abbraccio, con sorriso lisa

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