NUOVA VITA

NUOVA VITA

Vorrei una nuova vita!
Un nuovo mondo
in cui dimorare.
Vorrei dissolvermi
con i miei sogni
e rinascere
in un posto
dove i miei pensieri
e i miei desideri
non rincorrano
piu il mio cuore
che ormai e stanco
di sognare…
che forse mai
si avvererà!

poesilandia

 

Oggi e cosi

Per vedere una cosa bisogna comprenderla.

Angelo

Ma quante volte nella mia mente ho visto il film: “la storia della mia vita”… lo stesso attore, stesso racconto…ma che monotonia!

E ritrovarmi sola, e con la voglia di conoscere la felicità.
Sentirmi scoppiare il petto per l’immensa voglia di amare, e poi dividere le forze e le speranze con la solitudine, e sentir passare gli anni senza che succede nulla, e lottare fino in fondo in cerca di un motivo per questa mia vita.

“Un giorno un vecchio mi parlò con molto amore, e disse che la vita quando colpisce lo fa senza compassione. L’imprudenza di questa vita appartiene ad ogni età, e gli errori con il tempo li pagherai!”

Ma senza dubbio so che domani un’altro giorno verrà, forse in quest’anima ci sarà il buio ma fuori il sole brillerà.
E il vento tornerà a portare via tutti i ricordi, e certamente asciugherà le mie lacrime una volta in più!

“C’è sempre una piccola luce di speranza, basta crederci e credere nei propri sogni”

 Copyright ©Poesilandia

 

Buon … di

Inutilmente mi sono sempre chiesto perché, ogni mio nuovo giorno torna un vecchio giorno, e la realtà della mia vita oscura l’ ideale del mio sogno!
” Vivo come se dovessi morire domani, penso al domani come se non dovessi morire mai ! ”

Una luminosa inizio settimana a voi, Lisa

 

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Buon domenica

Lisa

Buon domenica con sorriso, Lisa

Sonata di mezzanotte

 

Sonata di mezzanotte

Era una serata abbastanza fredda di settembre in cui s’avvertiva già quell’alito frizzante tipico dell’atmosfera autunnale Aleksei Volcic osservava silenzioso i cupi colori del cielo appena sfumato d’un tenue color porpora, temeva quell’ora ove il vento sibilava quasi gemendo il suo lamento, quando le prime ombre cominciavano a stendersi sui tetti della città e le prime luci occhieggiavano dai vetri delle casa conferendo a Mosca quasi un senso d’inquieto mistero
serpeggiante tra i viali del Parco della Vittoria già ricoperti da cumuli di foglie morte, giacenti ai piedi dei grandi alberi ormai quasi del tutto spogli.

Stranamente quella vista destava nel suo animo persieri colmi di nostalgia e lui stesso diventava malinconico come se un pò dell’amarezza presente nell’aria ridestasse in lui ricordi di giorni ormai dispersi tra i solchi del tempo…Con lo sguardo perso nel buio inseguiva il flebile luccicchio delle stelle riandando a ritroso negli anni e compiendo questo viaggio nei meandri della memoria, uno vago senso di gelo s’insinuva nelle sue ossa a tal punto che neanche la pesante vestaglia di lana bastava a donarli calore…

Distingueva nitidamente l’orsa maggiore del gran carro e contemplando quello scintillio remoto affondava sempre più nelle tasche ,le mani deformatedall’artrite…
Tanti anni prima era stato primo violinista del Bolshoi , conosciuto e accalamato per il virtuosismo tecnico con cui faceva vibrare le note pizzicando con l’archetto le corde del suo Stradivari , ora il violino giaceva chiuso dentro la sua custodia di velluto abbandonato sul secretaire di mogano poco distante da lui , prima che la malattia lo costringesse all’inattività aveva l’abitudine di suonare un pezzo diverso subito dopo cena ciò gli conferiva quasi una sensazione d’euforiaca onnipotenza rimembrava nitidamente l’istante in cui mettendosi innanzi allo specchio impugnava con religiosa devozione lo strumento e poi sfiorandone delicatamente le corde ne faceva scaturire armonie di suoni talmente puri che egli stesso ogni volta rimaneva rapito nell’estasi di quell’ascolto.

Adesso ormai giunto al capolinea della vita, guardava con ripugnanza le sue dita un tempo agili,contorte dal male e dall’età …Oh avrebbe davvero desiderato un ultima volta ancora suonare il pezzo con cui era stato elevato al rango d’artista conosciuto in ogni parte del mondo la sonata del diavolo con cui aveva sedotto attraverso la magia musicale impressa alla composizione dalla sua personale interpretazione intere platee. Rammentava benissimo che quando suonava quel pezzo cadeva preda d’un strano trance semiipnotico sentendosi congiunto in mistica simbiosi al suo strumento.

Frattanto le ore lentamente eran passate e il pendolo appeso alla parete della stanza stava già battendo la mezzanotte , tutt’intorno un silenzio quasi irreale scandiva la solitudine notturna e appunto in questa ambigua quiete a un tratto Aleksey fu preso dall’insopprimibile bisogno di provare a suonare il suo violino….Cosi alzandosi dalla poltrona
raggiunse a fatica l’angolo del secreteire ove da tempo lo aveva riposto e detto fatto si mise di nuovo come tante volte in passato aveva fatto davanti allo specchio.

Però un avvenimento particolare ebbe luogo in quell’attimo solenne ,dalla finesta all’improvviso spalancata da dita ignote era penetrata una presenza immateriale , indossava una candida veste che si scioglieva in numerose pieghe ondeggianti in aggrazzati movimenti e due ali dello stesso color della tunica si ‘intagliavano nitide dietro alle sue spalle , all’apparenza sembrava un angelo arrivato li per esaudire il suo desiderio o forse per porre fine alla sua vita inutile
Aleksey lo guardò con stupore e meraviglia ma senza alcun accenno di paura e mentre lo osservava si accorse che le sue mani non erano piu tremanti e contorte bensi salde e composte.

“Dimmi chi sei ? Chiese allo spirito stagliatosi innanzi ai suoi occhi”

“Quale importanza vuoi che abbia il sapere la mia identità io posso essere tutti e nessuno , perfino l’altra parte di stesso che puoi ammirare riflessa sul piano lucido dello specchio….
Guardati e poi rispondimi. Quale immagine vedi ?”

Aleksey oltremodo incuriosito,passandosi nervosamente una mano sulla fronte leggermente imperlata di sudore ubbidi all’ordine impartitoli dall’incorporea entità e ponendosi di fronte alo specchio intravide sulla sua superfice il suo volto ringiovanito di parecchie primavere …Comprese di trovarsi davanti al ritratto della sua vera personalità ovverossia osservava ivi proiettato il suo desiderio non filtrato dalla nebbia ingannevole del sogno.

“Prendi in mano il tuo violino ora e suona per me !
… Non pensare,lasciati andar e…”

Quindi con fare dapprima esitante poi sempre più deciso si apprestò a impugnare l’archetto.
Come per incanto la sua mano sembrava scivolare magicamente sulla cassa dello Stradivari toccando e facendo vibrare le corde e ricavandone ritmi incalzanti e struggenti di note levatesi in un simultaneo susseguirsi d’echi cristallini e seducenti.
Pure le stelle fino ad allora rimaste a brillare nel buio, leggermente appannate dalle nubi il quale, incalzate dal soffio del vento mutavano forma in continuazione, sembravano partecipare intensamente al fascino ammaliante emesso dalla musica,brillando con maggiore intensità.

Aleksey aveva come l’impressione di fluttuare in uno spazio senza tempo e dimensione e il suo cuore batteva al ritmo impresso da quiell’istante fugace e incantato, provava una sensazione indescrivibile di serena quiete dentro l’anima simile a un evanescente illusione improvvisamente divenuta viva.
Alzò lo sguardo verso l’essenza il quale aveva reso possibile tutto questo per esprimerli il suo muto ringraziamento però con sorpresa si accorse di esser solo nella stanza solamente la finestra rimasta aperta attraverso cui penetrava il profumo familiare della terra bagnata dalla pioggia mista allo scricchiolio crepitante delle foglie riverse al suolo, testimoniava che qualcosa era accaduto e non era stato tutto frutto della sua fantasia: magari soltanto l’amore per la sua arte che delicatamente aveva preso forma e consistenza quella notte.

La luce gelida delle stelle illuminava ora debolmente i viali del parco e già i primi raggi del sole facevano capolino nella stanza , lui era ancora seduto sulla sua poltrona e con la coda dell’occhio indugiava verso il punto da cui era comparsa l’entità venuta dal cielo scomparsa dopo nel nulla, che per un momento col suo respiro aveva reso possibile ciò che lui semplicemente aveva soltanto immaginato, sentendosi lieto.
Nonostante tutto.

Carolina Parrilla

 

La calma

OCCHI

 

LA CALMA

Un pensiero puro
Una parola dolce
Uno sguardo stanco
Un movimento lento
Una vita che
   se ne va adagio …

notte serena a voi… Lisa

La mia casa

DONNA-luna

La mia casa tra stelle e cielo
… una lunga scala… si deve salire in alto… sino alla fine… c’è un abbaino lassù… dove sembra si tocchi il cielo con un dito…
Un abbaino particolare… tra stelle e cielo… dove ti accolgono sempre una luce accesa… dalla vecchia lampada poggiata sullo scrittoio in un angolo…
Fogli bianchi aspettano che tu scriva, con la penna poggiata di fianco…
La poltroncina è comoda, fatta apposta per pensare… per leggere o rileggere… le stelle curiose ti stanno a guardare…
La luna aiuta la lampada a rischiararti la notte… le note languide di un sassofono in sottofondo…
Ecco il posto ideale per me, dei comodi divani, due poltrone accanto…
L’odore della città sale fin quassù, sente il miagolare dei gatti, il dolce mormorio del vento che solleva la tenda, l’aria entra e ti porta il sapore del mare non lontano…
E’ un mondo fatato, dove regna la serenità… di un lavoro svolto, di una giornata terminata, dove puoi dedicarti a te stessa… solo a te…
Dove gli amici sono ben accetti… a portare le loro testimonianze, a parlare d’emozioni, sensazioni… di aprire il loro cuore, di scrivere, di leggere.
Sono saliti le scale per arrivare sin qui. Le lunghe scale della conoscenza… si salgono molto lentamente.
E lentamente si acquisisce la consapevolezza dell’amicizia, seppur virtuale.
E nel mio abbaino si parla, si parla per ore… si ascolta… si racconta…
Resto qui, ad ascoltare… le voci… il vento… e quest’abbaino pieno di polvere dei tempi… e tu… ascolta… la polvere racconta… tu ascolta …la polvere…

 con sorriso,  ♫Lisa

La vie en rose

La vie en rose – Louis Armstrong

LEGENDS OF JAZZ

Blues Master Keb’ Mo’s “Love In Vain” on LEGENDS OF JAZZ

Berry White

U N A FELICE FINE SETTIMANA A VOI 🙂

Gli “Amici”

Gli amici
Gli amici hanno bisogno uno dell’altro proprio come un fiore ha bisogno della pioggia per aprirsi e mostrare la sua bellezza.
L’amicizia dovrebbe essere un preziosa carezza di cui non puoi fare a meno.
~ Sergio Bambarén ~

Friends
Friends need each other just like a flower needs the rain to open up and show its beauty.
Friendship should be a precious caress you can not do without.
~ Sergio Bambaren ~

PS… era una strana domenica… fra alti e bassi, fra lacrime e sorriso… ma va bene cosi, anche questo “strano stato” e vita … “tutto men che monotona”!

Una serenissima buona notte e una luminosa settimana a voi che passata a leggermi. Grazie. Lisa

I ragazzi della via Pál

I ragazzi della via Pál (in ungherese A Pál utcai fiúk) è un romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár, pubblicato a puntate su una rivista nel 1907 e destinato agli adulti come denuncia della mancanza di spazi per il gioco dei ragazzi. È forse il più popolare romanzo ungherese, nonché uno dei più noti classici della letteratura per l’infanzia.

In Italia il romanzo è noto anche come I ragazzi della via Pal o I ragazzi della via Paal.
Quest’ultima versione è scorretta poiché nella lingua ungherese il grafema “á” equivale praticamente al fonema “a” della lingua italiana.

Trama:
A Budapest, un’area di terreno fabbricabile fra la via Pál e la segheria a vapore della via Mária è il quartier generale di una banda di ragazzi, studenti del ginnasio. Al comando di GiovanniBoka (János Boka) si schierano Geréb, Kolnay, Barabás, Csónakos, Csele, Weisz, Leszik, Richter e Nemecsek. Il solo Boka, saggio ed equilibrato, ha il grado di generale; tutti gli altri sono tenenti, sottotenenti e capitani, ad eccezione di Ernesto Nemecsek (Ernő Nemecsek), piccolo e delicato, che è l’unico soldato semplice.
L’area della via Pál fa gola a ragazzi più ricchi che giocano nell’Orto botanico, le Camicie rosse guidate da Franco Ats (Feri Áts), fiero avversario di Boka.
Egli ruba la bandiera a una delle fortezze dei ragazzi della via Pál. Boka, Nemecsek e Csónakos organizzano allora una spedizione per riprenderla nel campo nemico.
La spedizione è piena di colpi di scena e imprevisti. Nemecsek cade accidentalmente nel laghetto, e poi, per nascondersi dalle camicie rosse va nella vasca dei pesci rossi prendendosi un raffreddore. Poco dopo, con Boka, scopre il tradimento di Desiderio Gereb (Desző Geréb), che è invidioso di Boka perché questi lo ha sconfitto nell’elezione del comandante.
Nel gruppo è emersa però una sottostruttura: la Società dello Stucco, formata da tutti i componenti ad eccezione di Boka e Csónakos. Scoperti da un burbero professore del ginnasio, strenuo oppositore di qualsiasi associazione fra i ragazzi, e costretti a proseguire di nascosto, i membri della Società dello Stucco bandiscono Nemecsek, che è scappato. In realtà sta inseguendo Geréb, il quale col suo tradimento mette in pericolo l’organizzazione principale.
La salute di Nemecsek peggiora, ma il ragazzo, fedele al dovere, si reca di nascosto all’Orto botanico, dove non si trattiene dal dare una lezione di dignità a Geréb. Geréb si pente segretamente, ma non batte ciglio quando le Camicie rosse, pur impressionate dalle parole di Nemecsek, lo scaraventano nel laghetto per punizione anziché picchiarlo. Feri Acs lo ritiene infatti troppo debole; così facendo, però, aggrava ulteriormente le sue condizioni.
E solo quando le Camicie rosse muovono guerra ai ragazzi della via Pál che Geréb torna, mentre questi ultimi organizzano la difesa, e chiede perdono a Boka; il generale però rifiuta, lasciandolo in lacrime. Il signor Geréb, di fronte al pianto del figlio, gli chiede spiegazioni e si reca al campo, dove i membri della Società dello Stucco scaricano la responsabilità su Nemecsek. Ernő ormai sul punto di svenire fra le braccia di Boka, che lo riconduce a casa. Per sottrarre Geréb alle percosse di suo padre, Nemecsek ha taciuto la verità, negando il tradimento di Desiderio (Dezső) e prendendosi la colpa, ma è gravemente malato e viene messo a letto con la febbre altissima.
Mentre Boka predispone la trincea, le bombe di sabbia e le lance e illustra il piano definitivo della battaglia, arriva una lettera con la quale Geréb si dichiara apertamente pentito, e trasmette ai ragazzi di via Pál preziose informazioni sui nemici. Viene così riammesso nelle loro file.
Con uno stile emozionante Molnár descrive la guerra, che inizialmente avvantaggia le truppe di Boka. Ma la situazione precipita, e le Camicie rosse, che stanno per liberare tutti i prigionieri, sono sul punto di vincere. È allora che Nemecsek, scappato di casa nonostante la febbre, si getta su Franco Ats (Feri Áts), determinando la vittoria dei ragazzi della via Pál.
L’eroismo costa caro a Ernesto, che muore nel suo letto di polmonite, dopo uno straziante ultimo incontro con Boka ma senza ricevere le scuse dei membri finalmente pentiti della Società dello Stucco, che arrivano troppo tardi.
Boka, sconvolto, si reca al campo, e scopre che il proprietario del terreno di lì a poco vi costruirà un palazzo.
[….]

I nomi originali ungheresi dei ragazzi della via Pál sono talvolta tradotti, specie nelle edizioni meno recenti. Di seguito sono indicati alcuni di essi e i loro corrispondenti italiani (è rispettato l’uso ungherese della forma cognome + nome).

Forma ungherese
Boka János
Nemecsek Ernő
Geréb Dezső
Kolnay Pál
Áts Feri

Forma italiana
Giovanni Boka
Ernesto Nemecsek
Desiderio Geréb
Paolo Kolnay
Franco, Cecco o Ferruccio Áts

Nota:
Da notare che il nome Pál (Paolo) curiosamente non è tradotto nel titolo, come avviene nelle versioni in altre lingue del romanzo. Feri, invece, è il diminutivo del nome Ferenc (Francesco), lo stesso dell’autore.
Da ultimo si può ricordare un calembour sul quale Molnár gioca nel corso del romanzo: il cognome Csónakos, in ungherese, significa “barcaiolo”.

Ferenc Molnár, pseudonimo di Ferenc Neumann (Budapest, 12 gennaio 1878 – New York, 2 aprile 1952), è stato uno scrittore, drammaturgo e giornalista ungherese di origine ebraica; pubblicò diversi romanzi, novelle e drammi per il teatro. È l’autore del libro I ragazzi della via Pál, classico della letteratura per ragazzi, pubblicato nel 1907. Si trasferì negli Stati Uniti poco prima del secondo conflitto mondiale a causa dei pogrom, restandovi fino alla morte. La sua vita sentimentale – si sposò tre volte – fu parecchio tumultuosa, se non infelice.

La sua opera complessiva – ispirata ad autori come Luigi Pirandello, Oscar Wilde, George Bernard Shaw, ma dotata di un certo carattere personale – si distingue per un profondo senso critico verso i prepotenti e gli arroganti. Specialmente nei suoi lavori più conosciuti si denota – appena celata dietro dialoghi e situazioni non privi di humour – una accorata partecipazione alle vicende di figure umane oppresse da ingiustizie sociali.

Molnár ebbe ancora giovane una subitanea notorietà: dopo la pubblicazione del racconto Danubio blu (uscito nel 1902 con titolo differente), nel 1907 venne rappresentato il suo dramma Il diavolo (1907) e successivamente furono messe in scena altre sue commedie fra cui, nel 1909, il poema scenico Liliom e, nel 1925, Il cigno e Giochi al castello, meta-rappresentazione di uno spettacolo di attori.

Molte sue opere sono state adattate da celebri autori – fra cui Tom Stoppard, P. G. Wodehouse e Arthur Miller – sia per il cinema che per il teatro e la radio.
ricerca wikipedia

Sei il mio sole

stazione

SOLITUDINE…

– E LA CERTEZZA DI UN DOMANI MIGLIORE –

Freddo, si che freddo. E un freddo speciale, diverso, niente scalda, coperta, cappotto, nulla serve, sento freddo, tanto freddo.

Mi siedo su un marciapiede, il sole sul viso e l’anima di un gattino rannicchiato, infreddolito.

Una carezza… è il sole che mi accarezza piano il viso.

Rabbrividisco per un istante, fa freddo, non ci sono treni, non ci sono stazioni, il sole, ci sta solo il sole. Chiudo gli occhi, non sono sola, ci sta il sole. Il gattino rannicchiato dentro di me, mi dice: “Lasciami in pace” dammi pace, lo sento respirare, vuole vivere.

La borsa per terra, non vedo chi passa, non vedo nulla, sento solo freddo.

Una canzone mi dice...”Con le mani puoi costruire castelli, autostrade.

“Costruire”, si muove il gattino, si stiracchia un po’ con le mani, con la forza, con tutta se stessa, costruire, mai distruggere, mai tornare indietro, e dirsi, “non posso”, no, non distruggo, lo accarezzo quel gattino.

Il sole all’improvviso lo sento dentro un po’ di tepore. Anche se non basta riscaldare il cuore.

Che silenzio. E buio, eppure è mattina.

“L’anima” coperta da un paio d’occhiali da sole, sì la mia anima che si legge nei miei occhi, protetta da quella nuvola informe che sono le persone che mi passano davanti.

Le vedo velate, dietro i miei occhiali, un mondo che mi gira intorno e sembra non vedermi, mentre combatto con l’odore dei ricordi.

Anche loro all’improvviso stamattina qui, nella mia vita, in quest’angolo di strada.

Chi mi guarda crede che io sia pazza. No, sto solo cercando di stringere forte nelle mie mani quel sole, di far tornare la luce.

Ho bisogno di parole, ma non parole gia sentite, non parole gia dette. Parole che vorrei che qualcuno, inventasse per me, che vivessero solo quel tempo che dalla bocca arrivino alle mie orecchie, e che non siano mai stati di nessun altro, che possa memorizzarle, scolpirle della memoria e che siano solo mie.

Un “ti amo “… sarà di qualcun altro alla fine. No, non è questa parola che voglio stamattina.

… Suona il cellulare, ma si cosa importa chi è, non mi darà parole nuove.

Ho smesso di mangiare, ho smesso di leggere, ho smesso di scrivere.

“Lavori in corso” dentro di me. Sono cambiata. Migliore, peggiore, non saprei.

Sicuramente, non piu io.

E andato via il sole, non sono riuscito a trattenerle, ho aperto le mani per un istante, un solo istante. Sono vuote di nuovo. Quanto tempo è che sono qui? Un ora, pochi minuti, non lo so, ridacchio fra me… “se allungo una mano, mi danno l’elemosina”, scoppio a ridere, che strano suono. Me lo era dimenticata, questo lo memorizzo, domani potrà servirmi, magari domani... “si…domani”.

Ma esiste chi inventa parole nuove?

Ci provo io. Che parola potrei inventare se amassi qualcuno?

Che cosa potrei dirgli? Non mi viene in mente nulla di mai dette. Mi viene in mente solo questa frase, credo scontata … ” sei il mio sole all’improvviso”

Non la dico la metto via, domani potrebbe servirmi, sì, forse domani.

Prendo la mia borsa, mi alzo e m’incammino, e notte, ci sono solo io in questa strada.

Non tolgo l’occhiali, non e ancora il momento, nessuno deve guardarmi dentro, ancora no. Mi vedo andare via. Sembro un mucchietto di stracci, e quanto freddo.

Non ha importanza dove vado, ho qualcosa in piu di ieri.

Uno strano suono dimenticato e una frase scontata da dire.

Ho messo tutto in un posto speciale, li ho messi dentro di me, e quel mucchietto di stracci, un po’ curvo, nel buio, illumina la strada come se fosse una stella.

– 2004 lasciando la mia vita – verso l’ignoto -Lisa

Copyright© poesilandia

Una fata senza tempo

PAROLE DI Lisa

A volte il dolore è cosi grande che la vita resta sospesa.

Nessuno di noi è in grado di farvi sempre fronte!

Purtroppo nemmeno gli Elfi!

Sono molto stanca oggi, ho vagato tutta la notte, per spargere nel bosco la polvere del sogno.

È un peccato essere in cosi pochi.

La mente torna al passato, alle feste degli elfi intorno al fuoco, tanto, tanto tempo fa, nella notte dei tempi, quando isolati, dispersi nei boschi della terra avevamo addosso il peso della solitudine.

Ma sono contenta di quello che faccio, sono contenta quando riesco a regalare un sogno.

Poi…all’alba sono fuggita, sono tornata nel bosco a guardare la vita da sopra al mio albero.

Qui è più sicuro per me, è il mio mondo, la fantasia non ha bisogno d’esistere, perché ogni sogno è realtà. L’aria è cosi limpida, cosi calda in questi giorni, al punto che anche i pensieri arrivano pigri.

Ma non ho molto da fare qui, tutta sola.

La mia condanna è il tempo e il tempo deve passare, piano.

Aspetto come una lunga agonia che nel cielo si accendano le stelle, aspetto la luna, che possa far luce sulla strada che mi porta da te.

Solo per restare ad osservarti.

Potrei desiderare di averti accanto sempre, basterebbe pensarlo affinché, nel mio magico bosco, possa diventare realtà…

Io continuo ad aspettare, aspetto che sia tu a voler venire, aspetto le notti in cui i grilli resteranno a vegliare su di noi, le notti in cui sogno e realtà si confonderanno al punto da non poter distinguere l’uno dall’altro.

Aspetto e conto le stelle che piano s’accendono.

Osservo gli uomini che corrono contro il tempo, che lo temono, e ringrazio d’essere una donna senza tempo, perché cosi, potrò restare ad aspettarti più a lungo… tu… dormi e sogna, io resterò qui, a sentire ancora una volta il tuo profumo, a respirare il tuo respiro, a provare a credere che tutto quanto sia vero.

Copyright © 2000Poesilandia

 

La serenità

 

LA SERENITA’

La serenità è sdraiarsi nel silenzio
in compagnia delle cose
ed ascoltare la voce calma
del proprio respiro
che parla sottovoce
con i battiti del proprio cuore

Lisa

Buon inizio settimana e una luminosa risveglio […]